L'amministratore di sostegno e gli istituti dell'interdizione e dell'inabilitazione


L'amministratore di sostegno ed il rapporto con l'interdizione e l'inabilitazione dopo la riforma del 2004

Prima della riforma del 2004, il sistema si fondava su una rigida distinzione dicotomica fra interdetti e inabilitati in virtù di una visione essenzialmente patrimonialistica dei rapporti fra i privati che, già prevalente nel codice civile del 1865, è andata forse accentuandosi nel codice civile del 1942, nel quale da un lato a fianco della proprietà viene collocata l’impresa, segno tangibile del passaggio da una società dell’avere a una società del fare e, dall’altro, la proprietà continua a dominare la scena del diritto di famiglia e, di conseguenza, la stessa condizione delle persone.

L’interdizione veniva applicata quando la persona non era in grado di badare ai propri interessi a causa di un’infermità mentale grave, attuale, e abituale e comportava la totale ablazione della capacità di agire e la nomina di un tutore, in sostituzione dell’interdetto, per il compimento di tutti gli atti; la sostituzione, tuttavia, non si spingeva fino a ricomprendere anche gli atti c.d. personalissimi (matrimonio, riconoscimento del figlio naturale, donazione, testamento, ecc.), che rimanevano così esclusi (e lo sono ancor oggi) dalla vita dl “tutelato”.

L’applicazione dell’interdizione, attesa la sua naturale rigidità, produceva effetti eguali ed omologanti per tutti i destinatari, quando invece le malattie mentali, secondo recenti dottrine psichiatriche, si differenziano l’una dall’altra a seconda del “vissuto” personale di ciascun soggetto.

L’inabilitazione, invece, veniva pronunciata nei casi di:

• infermità di mente non così grave da dover ricorrere all’interdizione,

• cecità o sordomutismo dalla nascita non accompagnati da un’educazione adeguata,

•prodigalità, alcoolismo o tossicodipendenza, ove questi fossero stati tali da mettere a repentaglio il patrimonio del soggetto o quello della propria famiglia.

In queste ipotesi, il giudice, previo accertamento dell’incapacità parziale della persona, la dichiarava inabilitata, nominandole un curatore che l’assistesse nel compimento degli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione. Entrambi tali rimedi, nascenti da una logica rigida e patrimonialistica, determinavano (e determinano ancor oggi) in capo al soggetto che vi è sottoposto una presunzione di incapacità da cui conseguiva (e consegue) l’invalidità di tutti gli atti dell’interdetto/inabilitato al di fuori dello schema di sostituzione/assistenza del tutore/curatore. Il fine , quindi, era non la salvaguardia della dignità della persona ma la sua emarginazione, in modo che non pregiudicasse sé stessa, gli interessi patrimoniali della famiglia e, in senso lato, l’interesse della società ad un corretto e regolare svolgimento dei rapporti giuridici e commerciali. Peraltro la misura interdittiva era avversata socialmente sia per le sue conseguenze devastanti sull’identità sociale della persona che per i costi elevati, i tempi lunghi e la limitata possibilità di difesa dell’interdicendo e dell’inabilitando. Tuttavia i ricorsi per interdizione venivano presentati solitamente da parenti, più attenti alla cura e al mantenimento del patrimonio di famiglia che alla tutela della persona, oppure da qualche pubblico ministero o anche su suggerimento di psichiatri, in questi casi con finalità non solo conservative del patrimonio, ma anche di cura e di tutela dell’incapace.

Ora, se da un lato l’interdizione, con la globalità degli effetti incapacitanti e con la totalità della sostituzione del gestore al soggetto incapace nella cura degli interessi di quest’ultimo, con il suo taglio espropriativo , con la mancanza di valore terapeutico e con il congelamento di alcuni aspetti e diritti fondamentali della persona, ha rappresentato per oltre sessant’anni una sorta di morte civile, una risposta eccessivamente severa, macchinosa, lenta (e pure costosa) proceduralmente e funzionale in massima parte agli interessi patrimoniali dei familiari e dei terzi, dall’altro lato anche l’inabilitazione, avente carattere punitivo, si è rivelata scarsamente utile e impiegata dalla prassi. Essa, infatti, non veniva più applicata ai sordomuti e ai ciechi che non abbiano avuto un’idonea educazione ed era considerata di poca utilità anche per quei soggetti che soffrivano di patologie mentali lievi. L’inabilitazione, in sostanza, veniva impiegata solo per salvaguardare , attraverso l’annullamento, la posizione dell’incapace lieve che avesse effettuato una compravendita immobiliare o altro atto di disposizione patrimoniale senza l’assistenza del curatore e l’autorizzazione del Tribunale, pur senza comunque tutelarlo nel caso in cui compisse atti o affrontasse spese rientranti nell’ordinaria amministrazione. Per di più il vantaggio di garantire una rappresentanza o un’assistenza al beneficiario non compensava il danno procurato dall’annullamento o dalla riduzione dei suoi diritti senza tenere conto del diverso grado di infermità, in contrasto con le nuove forme terapeutiche di trattamento che mirano al recupero e al potenziamento delle capacità residue dell’infermo di mente.

La conseguenza è stata che prima della riforma introdotta dalla L. 6/2004 tanti soggetti “deboli”, impossibilitati a curare i loro interessi e a far fronte ai bisogni quotidiani e che non avevano i requisiti per essere dichiarati interdetti o inabilitati ma che necessitavano comunque di un sostegno nella partecipazione alla vita civile, erano abbandonati a loro stessi.

I bisogni di queste persone sono stati portati all’attenzione dell’opinione pubblica e dei giuristi dopo l’introduzione della L. 180/1978, che ha chiuso i manicomi ed evidenziato l’esistenza di un diritto civile inadeguato in rapporto alle esigenze dei malati di mente, di nuovo nella società. Finora, per “proteggere senza interdire” questi soggetti, si era fatto ricorso ad alcune scappatoie, quali l’art. 35, L. 833/1978, l’art. 361 c.c., l’art. 419 c.c., ecc..

Non sono mancati, nel passato, neppure infausti esempi di pronunce interdittive assunte senza che ne sussistessero i presupposti; è il caso di quelle misure ablative talvolta concesse a fronte di un’asserita impellente urgenza di tutela patrimoniale fatta valere dai familiari del malcapitato individuo da interdire , adducendo un intento solo apparentemente e formalmente di protezione di quest’ultimo, ma in realtà finalizzato a salvaguardare, soprattutto nel loro interesse, il patrimonio di famiglia.

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