Femminicidio: indici rivelatori del disagio e del conflitto - eventuale ruolo dell'avvocato.


Seminario Ass.ne Cultura Giustizia e Società – Corte d'Appello di Roma
“L'escalation della violenza su donne e minori. Prospettive urgenti d'intervento”
Il fenomeno del “femminicidio”, l'omicidio del partner, della moglie o più ampiamente l'uccisione della donna in quanto tale ovvero come manifestazione di una violenza di genere, ha assunto proporzioni inquietanti. E' necessario ed urgente attuare concrete misure di sensibilizzazione e prevenzione anche rispetto alle ipotesi di femminicidio indiretto

Fuori da tentativi di classificazione o ri-classificazione, il fenomeno dell'uccisione di donne in contesti che normalmente dovrebbero essere considerati “immuni” (es. ambito familiare) e quello più generale delle violenze centrate sulla differenza di genere sono – come già ampiamente evidenziato – in continuo e deciso aumento. Concordo sulle osservazioni del Presidente della Corte (Dott. Santacroce) relativamente al contenuto quasi dispregiativo che il termine “femminicidio” sembra avere come intima connotazione e concordo con le osservazione della Collega Ierardi e della Dott.ssa Boschi sulla necessità di considerare non solo il “femminicidio” come espressione della fattispecie omicidiaria ma il contesto più ampio della violenza e della discriminazione di genere (comprendendo anche l'ambito della violenza sui minori). In quest'ottica ho voluto centrare la mia analisi sull'anno 2008 per il quale ritengo esistano fonti di dati più completi per l'indagine che ho voluto realizzare: le fonti principali sono state dunque ISTAT, EURES, Ministero Interni, OMS... sul portale della Comunità Europea il termine “femminicidio” non esiste!!!. La prima distinzione che ho voluto operare è stata quella riguardo a quello che possiamo definire “femminicidio diretto” (l'omicidio del coniuge, del partner, semplicemente della donna) dove, oltre la tradizionale definizione di omicidio volontario (con le dovute specificazioni riguardo alla sussistenza di aggravanti specifiche) è possibile identificare anche la marcata distinzione data dall'elemento della “violenza di genere”. In questo contesto l'esistenza di una “relazione familiare” (attuale o cessata) riguarda circa il 64% dei casi (70,8% nel periodo 2001 – 2011) con un coinvolgimento di coppie separate o in fase di separazione pari al 61% (66,3% nel periodo 2001 – 2011). Rispetto al rilevamento effettuato in sede comunitaria (nell'ambito del rapporto sui diritti umani del 2006 – Strasburgo) il dato reale italiano certifica una media del 27-30% rispetto al numero dei reati (omicidio) complessivamente considerati (piuttosto che un 20-25% comunitario). In termini generali l'incidenza della violenza di genere (nelle sue varie manifestazioni) riguarda una percentuale oscillante tra il 5,2 ed il 5,4% della popolazione femminile. Sempre al 2008, il numero complessivo di suicidi è stato pari a 2862 di cui 631 riferiti a donne, 9 infanticidi commessi da madri, 2 infanticidi/suicidi.

Alcuni dati ulteriori: sempre nel 2008 – a fronte del dato complessivo relativo agli omicidi (611) – il numero di quelli tentati è stato pari a 1619, nel caso di “femminicidi” la percentuale di fattispecie correllate (denunciate in precedenza) è stata del 70% per molestie e minacce (poi stalking), 60% mobbing familiare, 67% violenze nel contesto familiare. Elevato (oltre il 50%) il numero di soggetti in qualche modo seguito dai servizi o per i quali era stata attivata una fase giurisdizionale (circa 60% se si guarda alla giurisdizione civile – separazione, divorzio, affidamento della prole e quasi la stessa percentuale se si guarda a quella penale). Ho voluto citare anche il dato statistico relativo al numero di suicidi perché, all'interno del dato numerico complessivo, sussistono le stesse percentuali di fattispecie correlate (stalking, mobbing familiare ecc.) tanto da poter qualificare questi casi come “femminicidio indiretto” ed allo stesso tempo (guardando questa volta alle fonti di cronaca) rilevare come il dato relativo all'attivazione di una qualsiasi fase giurisdizionale fosse sovrapponibile (alcuni casi casi di suicidio/infanticidio sono avvenuti nello studio di avvocati o in presenza di elevato contenzioso in sede di separazione... cioè il 100% del dato statistico annuale per la fattispecie). Proprio riguardo a quest'ultimo dato – femminicidio indiretto – credo si debba procedere ad una attenta riflessione.... Esiste certamente un dato, un supporto statistico, relativo al fatto che tutte le fattispecie penalmente rilevanti correlate al conflitto familiare sono significative rispetto alla previsione di un potenziale epilogo tragico ed è altrettanto significativo il dato relativo alla presenza di fasi giurisdizionali attive che possiamo tranquillamente tradurre in “presenza di avvocati”.... cioè figure professionali che dovrebbero rappresentare anche un contesto di “garanzia” se non altro perché – ad esempio – l'istanza di punizione insita in una querela per stalking è anche una istanza di attivazione di un sistema di protezione. Ancora.... guardando sempre al dato di cronaca e sempre alla presenza di fasi giurisdizionali attive (sia penali che civili) è frequente (quasi sempre presente) il riferimento all'attivazione delle forze dell'ordine o dei servizi sociali... Non potendo considerare “fisiologico” il tasso del 30,9% di “femminicidi” (rispetto al dato complessivo degli omicidi – rapporto Eures 2001-2011) o “fisiologica” (rispetto al numero di crimini commessi) la cifra di oltre 1.350.000 di donne vittima di fattispecie riconducibili alla “violenza di genere”, è del tutto evidente che “qualcosa non funziona”!!! Ritengo questo un malfunzionamento “multifattoriale” e segnalo alcuni esempi:

  • mancanza della necessaria continua sinergia tra gli operatori coinvolti;
  • necessità di rimodulare il contenuto delle previsioni relative alla protezione della vittima;
  • ammonimento immediatamente rafforzato da misure minime certe;
  • supporto psicologico alla vittima (attivazione necessaria in vista della prevenzione del femminicidio indiretto).

Più nello specifico (e mi rivolgo ai colleghi avvocati) occorre assolutamente acquisire la consapevolezza relativa alla necessità di contestualizzare le istanze che il cliente – nel caso in cui ci si trovi innanzi quelle che possono essere identificate come condotte tali da costituire “indicatori predittivi” - porta alla nostra attenzione: ed in particolare rispetto agli indicatori ed alle dinamiche del conflitto.In altri termini ritengo sia necessario un cambiamento culturale profondo, l'acquisizione di un nuovo modello operativo che non prescinda in nessun caso dalla:

  • necessità di una specifica preparazione rispetto alle dinamiche del conflitto familiare (ad esempio poter riconoscere gli indici di disagio o reali fonti di pericolo per la persona ed operare un consapevole invio verso altre professioni);
  • sinergia attiva e costante verso gli altri operatori (es. figura dello psicologo come professionista di supporto);
  • coordinamento verso le organizzazioni “istituzionali” (i canali di comunicazione non sono efficaci e sono spesso troppo burocratizzati);
  • coordinamento e maggiore interazione con le istituzioni (es. forze dell'ordine) specie sul territorio.

Dunque un cambiamento di prospettiva attraverso il quale fornire alla Persona, alla donna vittima di violenza di genere (qualunque sia il livello, la manifestazione o la discriminazione posta in essere), la necessaria accoglienza e protezione ma anche la consapevolezza – ad esempio – di disporre di strumenti di tutela, se vogliamo indiretta, qualora – per il ruolo assunto – si debba operare l'avvio di un percorso di coscienza e deflazione delle condotte nei confronti di colui che tali fattispecie pone in essere (ad es. nella qualità di difensore).

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