Responsabilità e deontolgia dell'avvocato: obbligatorietà delle mediazione familiare.


Nel contesto del conflitto familiare il professionista (l'avvocato) assume particolari responsabilità e specifici doveri deontologici rispetto alle istanze delle parti. La conoscenza dello strumento della mediazione familiare e la scelta di una delle possibilità modalità di attuazione, l'informazione delle parti e l'indirizzo consapevole verso possibili percorsi deflattivi possono ben sostituire obbligatorietà o imposizioni spesso controproducenti rispetto al sostentamento o all'acuirsi della conflittualità. Seminario Associazione Cultura Giustizia e Società, Corte d'Appello di Roma - 30 novembre 2012.





L'interpretazione corretta del concetto di mediazione familiare.

Certo la generica definizione dell'Art. 155-sexies nella formulazione della legge 54/2006 “Qualora ne ravvisi l'opportunità, il giudice, sentite le parti e ottenuto il loro consenso, può rinviare l'adozione dei provvedimenti di cui all'articolo 155 per consentire che i coniugi, avvalendosi di esperti, tentino una mediazione per raggiungere un accordo, con particolare riferimento alla tutela dell'interesse morale e materiale dei figli” non può essere ricondotta e/o assimiliata alle definizioni del decreto 28/2010 (articoli 1, 11 e 14 in particolare).

La mediazione familiare ha una definizione concettuale profondamente diversa!

"La mediazione familiare è un percorso per la riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o in seguito alla separazione o al divorzio: in un contesto strutturato il mediatore familiare, come terzo neutrale e con una preparazione specifica, sollecitato dalle parti, nella garanzia del segreto professionale ed in autonomia dall'ambito giudiziario, si adopera affinché i partner elaborino in prima persona un programma di separazione soddisfacente per sé e per i figli, in cui possano esercitare la comune responsabilità genitoriale". (definizione SIMEF 1995 - in D. Mazzei - La mediazione Familiare)

La deflazione del conflitto è ottenuta attraverso il raggiungimento di una condizione di self empowerment (cioè sono le parti a comprendere le reciproche motivazione che hanno generato il conflitto e a determinare le ipotesi di soluzione) generata dalla partecipazione del mediatore che - in nessun caso – è diretto artefice dell'accordo e, meno che mai, realizza qualsiasi proposta di soluzione o conciliazione.

La mediazione familiare non è negoziazione (anche se il mediatore può avvalersi di tecniche di negoziazione ed il modello americano originario è, tutto sommato, una negoziazione strutturata) come alla fin fine si presenta la mediazione prevista dal decreto 28/2010. Il mediatore non raccoglie informazioni con finalità propositive e non adotta comportamenti attivi come il negoziatore, ma adotta strategie valutative che possano essere utili alla costruzione della condizione di self empowerment o strategie utili alla trasformazione del conflitto in una condizione di reciproca comprensione,salvo alcune peculiarità della c.d. mediazione trasformativa proposta da Folger: non è detto che si raggiunga l'accordo ma almeno non si confligge! Infatti: “secondo l’approccio trasformativo, un conflitto evolve positivamente quando c’è un miglioramento nella qualità nella interazione conflittuale fra le parti. Tale cambiamento positivo è prodotto attraverso i progressi che le parti attuano nella direzione di un maggior empowerment individuale e di un maggior riconoscimento reciproco. Nel compiere questi progressi la natura della loro interazione migliora secondo una visione trasformativa e tale risultato è indipendente e va oltre qualunque risultato specifico che possa essere ottenuto o concordato rispetto all’oggetto della controversia. L’attività principale del mediatore consiste dunque nel facilitare questi cambiamenti ogni volta che se ne manifesta l’opportunità nel corso dell’incontro con le parti”. Tuttavia é bene prestare attenzione a come questo modello viene applicato perché potrebbe veder facilmente trasformarsi l'attività del mediatore (secondo la definizione SIMEF) in quella di negoziatore!

L'avvocato che assume il ruolo di mediatore o co-mediatore in caso di fallimento, ovviamente, dovrà astenersi dall'assistere le parti nel successivo giudizio!Accanto a questo strumento e sempre nell'ottica del tentativo di perseguire l'idea di un “default controllato” occorre essere consapevoli della possibilità di scegliere la pratica collaborativa che possiamo sinteticamente considerare una “negoziazione a quattro” all'interno della quale le informazioni relative alla genesi ed al sostentamento del conflitto sono raccolte e valutate con la contemporanea presenza degli avvocati il cui ruolo non è più quello di predisposizione delle strategie processuali, bensì quello di consentire il raggiungimento di accordi basata sulla logica “nessun perdente” ovvero di reciproca soddisfazione delle parti (sempre ottenuta attraverso il riconoscimento delle reciproche istanze).

Anche in questo caso l'avvocato (gli avvocati) che hanno partecipato ad una gestione collaborativa del conflitto non potranno assistere le parti in caso di fallimento.

Conclusioni

In conclusione ritengo che assunto che per l'Avvocato, l'orientamento alla mediazione ed alla deflazione del conflitto deve tradursi in primo luogo nella necessità di filtrare le istanze che formano la delega di cui si è detto, intesa sia sotto il profilo strettamente tecnico che sotto il profilo psicologico, ed anche nella consapevolezza che tale impostazione (agire in vista di..) deve essere restituita all'assistito: questi non deve trovare una predisposizione all'amplificazione (l'ottimizzazione in funzione della vittoria – strategia win/lose) ma deve essere posto nelle condizioni di poter percepire il vantaggio (operazione di predisposizione alla mediazione) di un cambiamento di prospettiva rispetto al conflitto (operazione di deflazione del conflitto e mutamento verso una strategia win/win); non vi sia necessità di intendere l'intero processo deflattivo (di mediazione, pratica collaborativa o altro idoneo) come momento obbligatorio.... l'imposizione comporterebbe il concreto rischio di inficiare negativamente la percezione dei vantaggi, piuttosto (come in altri ordinamenti) potrebbe rendersi obbligatorio il passaggio informativo da intendersi come momento all'interno del quale operare il giusto filtraggio delle istanze dell'assistito.

Altre Iniziative

L'informazione giuridica e legale per tutti:il portale per gli approfondimenti nelle materie del diritto della famiglia (separazione e divorzio), diritto penale e penale minorile e la tutela del consumatore.

Servizi di consulenza legale ON-LINE: lo Studio legale offre, mediante la compilazione degli appositi modelli di richiesta, la possibilità di usufruire di un servizio di consulenza legale on line.

Il formulario civile e penale: atti predisposti nelle materie del diritto civile e del diritto penale, modulistica varia.