Responsabilità e deontolgia dell'avvocato: obbligatorietà delle mediazione familiare.


Responsabilità e deontologia del professionista nel conflitto familiare: tipologia dell'intervento di mediazione e sua eventuale obbligatorietà. Nel contesto del conflitto familiare il professionista (l'avvocato) assume particolari responsabilità e specifici doveri deontologici rispetto alle istanze delle parti. La conoscenza dello strumento della mediazione familiare e la scelta di una delle possibilità modalità di attuazione, l'informazione delle parti e l'indirizzo consapevole verso possibili percorsi deflattivi possono ben sostituire obbligatorietà o imposizioni spesso controproducenti rispetto al sostentamento o all'acuirsi della conflittualità. Seminario Associazione Cultura Giustizia e Società, Corte d'Appello di Roma - 30 novembre 2012.





Il concetto di "delega" oltre il formalismo del conferimento della procura.

Questa premessa si traduce in una seconda considerazione: l'avvocato (normalmente come primo soggetto direttamente coinvolto dalla vicenda familiare nel suo complesso) deve essere consapevole dell'ampiezza e della profondità della delega (che non deve essere interpretata solo nel senso tecnico di conferimento della procura o della nomina a difensore) che assume: riceve una sorta di transfert che la persona assistita opera in modo più o meno profondo nei suoi confronti.

Se non si adottano le necessarie metodologie d'impegno, l'avvocato, nel contesto del conflitto non gestito e non approcciato con specifiche responsabilità, è visto come una sorta di paladino invincibile e di messo diligente: da una lato dovrà letteralmente combattere per annientare la controparte (che non è più visto ne come ex compagno di vita, tantomeno come altro genitore) e dall'altro dovrà trasferire l'istanza del proprio assistito al giudice in modo tale che questi, spettatore attento della lotta, sia convinto della ragione e, come gli antichi imperatori, versi il pollice attraverso una sentenza.

L'avvocato che assume queste vesti ritengo commetta una serie inaudita di errori: aderire alla prospettiva "io voglio la distruzione del mio partner e la otterrò attraverso il mio avvocato" significa – in primo luogo – essere complici di una profonda operazione di dissimulazione che la persona compie nei propri confronti... la percezione di fallimento e l'idea di delusione invece di essere superate attraverso una rinegoziazione (anche personale) dei ruoli, vengono distorte e “curate” con un male maggiore che non è altro che una rabbia ed un odio, cechi ed incontrollati.

Prospettare la soluzione del conflitto attuale come l'esito di un contenzioso e come un esito vittorioso significa operare in direzione opposta a qualunque strategia di deflazione del conflitto stesso e di salvaguardia e tutela degli interessi reali dei soggetti coinvolti.

Le "regole" supplementari

L'approccio corretto sembra dunque essere nella direzione di osservare alcune regole supplementari (rispetto ad esempio alle previsioni degli artt. 36 e 49 del Codice deontologico forense), più specifiche in ragione delle peculiarità della materia:



  • è corretto l'approccio di accoglienza e di ascolto della persona che in quel momento chiede una specifica attenzione al vissuto che ha determinato la separazione;

  • è corretto assumere una strategia non di mera traduzione delle istanze della parte, bensì di filtro rispetto alle richieste che, seppur apparentemente legittime, potrebbero creare, favorire o agevolare la realizzazione di condotte ritorsive o che diano luogo alla prospettazione di verità frutto di manipolazione (specie nel caso in cui vengano ad essere coinvolti dei minori: false accuse nei confronti dell'altro genitore);

  • è corretto l'atteggiamento del professionista che riesca a porre la parte o le parti (qualora presenti entrambe) fuori dalla logica del vincere / perdere senza cadere in un clima di semplice deterrenza ma agevolando un percorso di superamento della crisi di coppia in termini positivi e costruttivi portando le parti a comprendere la reale portata delle proprie intenzioni o azioni, soprattutto quando la separazione coinvolga prole minore.

Orientamento alla mediazione.

Questa particolare responsabilità si traduce, quindi, nella specifica necessità relativa alla conoscenza dei possibili strumenti di deflazione del conflitto e nella necessità di riconoscere le condizioni all'interno delle quali l'avvocato non può operare se non in sinergia con altri professionisti (es. psicologo) ai quali delegare il trattamento di quegli aspetti personali che esulano dalle proprie competenze ma che incidono profondamente sulla concreta possibilità di riduzione o eliminazione del conflitto (trattamento del disequilibrio psicologico... la frustrazione, la delusione.... la rabbia)....

Quanto agli strumenti di deflazione.... sicuramente la mediazione familiare rappresenta l'opportunità migliore ma non l'unica.... ad esempio la “pratica collaborativa” è uno strumento altrettanto valido anche se sostanzialmente basato su un differente approccio.

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