I principi di uguaglianza, libertà e dignità: coppie di fatto e convivenza more uxorio rispetto al matrimonio.


Approfondimento sul tema della effettività dei principi costituzionali di libertà, uguaglianza e dignità rispetto ai rapporti more uxorio ed alla convivenza in generale, considerazioni provocatorie alla luce della sentenza della Corte Costituzionale 183 del 2010.

La sentenza 183/2010 della Corte Costituzionale: premessa

Negli approfondimenti relativi alla convivenza more uxorio (agli accordi di convivenza) ed al tema della possibilità del matrimonio per le coppie omosessuali, sono stati trattati - anche in modo provocatorio - alcuni temi di notevole importanza.

Specie nell'analisi della sentenza della corte costituzionale (183/2010), sono emersi i temi dell'applicazione (o garanzia di piena effettività) dei principi di pari dignità e di uguaglianza anche se, necessariamente, nell'interpretazione dei giudici (non solo quelli costituzionali) il significato di questi due termini appare di volta in volta "adattato" alla realizzazione di un contemperamento di interessi che non sempre corrisponde a ciò che soggiace alla richiesta di tutela promossa dal singolo seppur egli rappresenti una "collettività" per quanto ristretta ed il gruppo sociale di riferimento considerato nella sua interezza.

La tolleranza e la convivenza more uxorio

Seguendo la storia delle convivenze more uxorio (ante la riforma del diritto di famiglia) e la strada (incompleta) sino ad oggi percorsa, oltre ai termini prima citati, viene ad essere considerata anche una nuova parola: tolleranza. La società, il gruppo sociale attraverso le sue espressioni istituzionali, ha - di fatto - seguito un percorso di accettazione della convivenza more uxorio basata sull'incremento della tolleranza: a piccoli passi, la convivenza fuori dallo schema istituzionale/religioso del matrimonio si è andata consolidando senza trovare mai espressioni dirette della sua regolamentazione. Si è accettato (attraverso l'aumento della tolleranza) che potessero esprimersi pubblicamente forme di aggregazione sociale differenti dalla famiglia fondata sul matrimonio (matrimonio concordatario per di più). In questo processo - dove oggi solo alcuni appartenenti alle generazioni più vecchie - sono riluttanti ad accettare una convivenza (che alle volte è espressione di una necessità più che di una scelta: rispetto al "come devono essere celebrati i matrimoni e cosa questo comporta"), si verificata l'accettazione di un passaggio culturale intermedio ma fondamentale: una società culturalmente rigida ha accettato non tanto la convivenza ma piuttosto il fatto che due persone potessero sposarsi optando solo per la celebrazione del matrimonio secondo il rito civile. Quanti erano, fino a due decenni fa, ad esempio i genitori pronti ad accettare che i propri figli si sposassero "solo in comune"?

Il significato della tolleranza

Abbiamo detto incremento della tolleranza: il primo problema.... se andiamo ad analizzare bene il significato del termine tolleranza, ci rendiamo conto che questo esprime, in realtà, due posizioni ben distinte: il tollerante si trova in una posizione di forza rispetto al tollerato. Il tollerante, in effetti, esprime una benevolenza espressione della forza che in ogni momento (a tolleranza zero ad esempio) potrebbe letteralmente spazzare via il tollerato o costringerlo ad adeguare le sue posizioni a quelle del tollerante. Dunque l'espressione "tolleranza" non implica comprensione, non implica accettazione del tollerato per quello che è e per quello che è realmente la sua persona. Il tollerante è consapevole di non accettare la diversità (cioè la non perfetta coincidenza) della persona del tollerato ai suoi schemi, ma è anche consapevole che la "forza" può tradursi, ad esempio, in compassionevole aiuto, accettazione... quasi una pietas verso il tollerato.

Tollerare senza accettare

La nostra società tollera, dunque, tollera ma non accetta "il diverso"... lo "incista" nella benevola tolleranza per non doversi riconoscere - ad esempio - razzista, per non doversi riconoscere omofoba, per non dover riconoscere il proprio disagio davanti l'espressione della malattia, della povertà (nella quale la stessa si trova immersa), della follia, della asetticità delle relazioni distorte da un incontrollabile narcisismo consumistico che usa all'esaurimento tanto i beni quanto le persone. La società si preoccupa, nel suo essere tollerante, di non esprimere nettamente il proprio rifiuto verso ciò che tollera... al contrario si adopera affinché la tolleranza si traduca in principi espressione di garanzia. Ed ecco che, passando per massacri a fil di spada, decapitazioni, fucilazioni e stermini di massa giungono ai giorni nostri - da una società forte e tollerante - espressioni come: libertà, democrazia, eguaglianza sociale, pari dignità delle persone.

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