La questione del matrimonio tra persone dello stesso sesso alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n.183/2010: alcune riflessioni provocatorie.


Riflessioni sulle possibilità di contrarre matrimonio per le coppie omosessuali alla luce della recente sentenza della Corte Costituzionale.





Dunque, fuori dallo schema del matrimonio, la coppia omosessuale è una coppia che si caratterizza - non volontariamente, cioè non per scelta come può essere per una coppia eterosessuale - per l'inesistenza (per usare le stesse parole della Consulta) di quei diritti e doveri reciproci, sia personali che patrimoniali che nascono dal matrimonio perché costretta, perché discriminata, a non poter "elevare di rango" l'affectio quotidiana.

"Affectio" e la mancanza della differenziazione sessuale

Eccoci! Nella sentenza della Corte Costituzionale n. 461 del 2000 la convivenza more uxorio non può essere assimilata al rapporto di coniugio perché anche se alla fin fine gli elementi caratterizzanti possono essere sovrapponibili al matrimonio, la scelta volontaria di non "istituzionalizzare" l'affectio (che sembra essere punto essenziale e distintivo) priva i soggetti delle tutele caratteristiche del matrimonio stesso mentre, nella sentenza 138 del 2010 si afferma che il problema non è la volontà di istituzionalizzare l'affectio ma la mancanza formale di una differenziazione sessuale ad impedire l'accesso alle tutele del matrimonio. In buona sintesi è il legislatore che se ne deve occupare... Con una conseguenza non poco importante: se il riconoscimento della coppia omosessuale (che allo stato può solo atteggiarsi a coppia) passa per la sussistenza della differenziazione sessuale (perché è questo che differenzia in buona sostanza le varie tipologie di coppia) questa non può essere neanche equiparata ad una convivenza more uxorio (cioè in assenza di matrimonio ma comunque tra uomo e donna) con l'inapplicabilità, ad esempio, di quanto conseguente alle precedenti pronunce ovvero alla sentenza n. 559 del 1989 ed alla precedente sentenza n.404 del 1988... tanto per restare in sintonia con la recente pronuncia della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Strasburgo 2 marzo 2010). Dunque, nell'ambito delle proprie attribuzioni, la Corte Costituzionale ha esaminato la questione con un risultato forse di più ampia portata rispetto al petitum: la discriminazione esiste ed è a monte del semplice diniego delle pubblicazioni civili ad una coppia omossessuale. La discriminazione reale (e di più vasta portata) è costituita dall'inerzia del legislatore che, nel corso degli anni, ha frammentato il mondo delle coppie di fatto creando vere e proprie "categorie" di persone: conviventi more uxorio eterosessuali, conviventi omosessuali, conviventi more uxorio transessuali, famiglie legittime "naturali", famiglie legittimate ad esserlo purché uno dei coniugi abbia affrontato un cambiamento di sesso; forse è il caso di intervenire seriamente.

E' possibile una strategia non solo rivendicativa, ma al contrario, propositiva? Promuovendo una reale crescita del gruppo sociale si potrebbe - intanto - negoziare una nuova formula per sancire le unioni civili: un nuovo nome che possa comprendere anche (ma senza ombra di discrimanzione) l'unione o il matrimonio gay.

Patto di convivenza e patto di convivenza minimo

Patto di convivenza minimo e Patto di convivenza, dove il secondo sostituirebbe la parola matrimonio con questa idea di fondo: l'autonomia negoziale dei soggetti (cioè la concreta possibilità di scelta) è il motore del superamento della discriminazione se i presupposti e le condizioni di espressione della scelta sono identici per tutti gli appartenenti al gruppo sociale, le coppie che possono procreare avrebbero facoltà di scegliere tra una semplice convivenza, un patto di convivenza minimo (che offrirebbe le garanzie di tutela piene sotto il profilo patrimoniale del rapporto di coppia) e che si trasformerebbe automaticamente in patto di convivenza in caso di nascita della prole (con le piene garanzie per questa) in ogni caso con la possibilità di scegliere sin da subito il patto di convivenza, le coppie che non possono procreare (a prescindere dal perché) avrebbero la possibilità di scegliere tra la semplice convivenza o il sancire un patto di convivenza minimo (con piene garanzie del regolamento patrimoniale della coppia). Resterebbe discrezionale il regolamento dell'adozione (che potrebbe essere prevista anche per le coppie che non possono procreare). Tutti, dunque, avrebbero la possibilità di scegliere se sancire formalmente la loro unione come persone, come soggetti della coppia a prescindere dalla diversità sessuale o meno. Quest'ultimo elemento verrebbe a determinarsi come qualificante di una tutela rafforzata nei confronti della nascita della prole che, essendo naturalmente legata ad un presupposto oggettivo indipendente dalla possibilità di formalizzazione dell'unione di coppia, non potrebbe certo essere considerato fonte di discriminazione.

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Corte Costituzionale, sentenza n.183/2010;

Corte Costituzionale, sentenza n.461/2000;

Corte Costituzionale,sentenza n.559/1989;

Corte Costituzionale, sentenza n.404/1988.

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