La questione del matrimonio tra persone dello stesso sesso alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n.183/2010: alcune riflessioni provocatorie.


Riflessioni sulle possibilità di contrarre matrimonio per le coppie omosessuali alla luce della recente sentenza della Corte Costituzionale.

Il diniego alle pubblicazioni civili per la coppia omosessuale

Il tema portato nuovamente alla ribalta dalla pronuncia della Corte Costituzionale è quello dell'equiparazione delle unioni omosessuali rispetto alla famiglia legittima così come tipizzata all'interno del nostro ordinamento, ovvero relativente alla possibilità di celebrare un matrimonio gay. In buona sostanza la Corte ha respinto le articolate motivazioni proposte dai ricorrenti attraverso le q.l.c. sollevate dai Tribunali innanzi ai quali era stata posta la questione sulla legittimità del diniego delle pubblicazioni civili nel caso i richiedenti fossero, appunto, coppie omosessuali.

La questione, sotto il profilo della motivazione dei ricorrenti, può sintetizzarsi nella mancata applicazione, in primo luogo, di due principi costituzionali: quello di uguaglianza enunciato all'articolo 3 e rispetto al contenuto dell'art.29 osservata la mancanza di un espresso divieto (o meglio di una esplicita previsione negativa) riguardo alla celebrazione del matrimonio civile tra persone dello stesso sesso (omosessuali).

In pratica, stante l'assenza di un espresso divieto, qualunque atto che impedisce la celebrazione di un matrimonio secondo il rito civile si tradurrebbe automaticamente in una condotta discriminatoria rispetto, appunto, alla possibilità che avvenga la celebrazione "secondo rito civile" di un matrimonio gay.

Tale tesi è rafforzata dal rilievo che, a livello sovranazionale seppur a macchia di leopardo, altri ordinamenti hanno previsto (espressamente) la possibilità di celebrazione di matrimoni tra persone dello stesso sesso ovvero, la possibilità di dar vita a patti paramatrimoniali (o accordi di convivenza): tale evidenza porrebbe in ulteriore posizione di difetto il legislatore italiano. Ancora, il remittente osserva (in merito all'articolo 3 Cost.) come, ad oggi, sia possibile il matrimonio tra persone dello stesso sesso biologico (genetico) ancorché uno dei due partner abbia affrontato un intervento chirurgico per il cambiamento di sesso ed abbia provveduto al cambiamento nei registri anagrafici.

Tolte tutte le argomentazioni, in buona sostanza ci si chiede: perché se all'atto pratico due persone che presentano identità sessuale genetica (identità sessuale sostanziale) ma differente identità sessuale per quanto riguarda solo l'espressione morfologica dei caratteri sessuali (differenza sessuale formale) ottenuta attraverso l'intervento dell'uomo, due soggetti che presentano una perfetta coincidenza tra le due identità sessuali non possono contrarre matrimonio atteso che in tal senso, all'apparenza, non esiste alcun divieto espresso? Perché se non è vietato non si può fare? Il diniego alla celebrazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso (coppia omosessuale) non costituisce, oltre ad una discriminazione, un impedimento alla piena realizzazione della personalità, aspettativa invece tutelata e promossa dalla norma costituzionale?

La decisione, in estrema sintesi, è molto semplice: dato atto di quanto esposto, spetta al legislatore indicare quale sia eventualmente la forma attraverso la quale giungere ad una regolamentazione delle unioni omosessuali considerato che - effettivamente - il fenomeno sussiste e non è regolamentato, ma è inutile insistere sull'equiparazione della coppia omosessuale rispetto a quella eterosessuale perché il matrimonio ha come presupposto ineludibile la diversità dei sessi!

L'approccio alla questione del matrimonio tra omosessuali

Cosa non funziona? L'approccio al problema... si ma quale? La corretta interpretazione dell'istituto del matrimonio all'interno del codice civile, corretta in una prospettiva realisticamente provocatoria! Quindi una domanda: il matrimonio nel codice civile a che cosa serve, che cosa regolamenta? Un rapporto affettivo o un rapporto patrimoniale? Senza dubbio un rapporto patrimoniale complesso in cui gli aspetti personali finiscono per tradursi anch'essi in dato patrimoniale (perché alla fin fine l'eventuale violazione di tali posizioni giuridiche si traduce in quid suscettibile di valutazione economica, l'analisi delle separazioni giudiziali, nella stragrande maggioranza, dei casi parla chiaro) che, veramente da millenni, accompagna inevitabilmente la dichiarazione di amore eterno che un uomo ed una donna decidono di farsi reciprocamente assumendo, in quel momento, che questo duri per tutta la vita. Con la celebrazione del matrimonio civile si concretizza un regolamento patrimoniale che assume immediatamente rilevanza sia per i coniugi che per i terzi: l'assunzione dello status di coniuge determina la costituzione immediata di posizioni di legittimazione attiva e passiva sia nei confronti dell'altro coniuge sia nei confronti dei terzi in ordine a posizioni giuridiche (e correlativi effetti patrimoniali) ben tipizzate. Ancora, l'assunzione della qualità di coniuge implica l'automatica attribuzione di status ad altri soggetti quali, ad esempio, i figli nati in costanza di matrimonio o - ancora - relativamente alla successione. In un "colpo solo", un singolo consenso ed una singola firma danno vita ad una pluralità di rapporti giuridici attuali e futuri! Tutto questo sul presupposto storico/naturale che siano un uomo ed una donna a decidere di dar vita a questa manifestazione di autonomia negoziale: uomo e donna che se si dichiarano amore (ovvio che non sempre è vero), se vogliono, possono avere vita facile (dal punto di vista del regolamento patrimoniale e della tutela delle rispettive posizioni) decidendo di utilizzare lo strumento giuridico del matrimonio che altro non è che una manifestazione di autonomia negoziale nella quale poco c'entra l'amore! Altrimenti possono tranquillamente decidere di seguire altri percorsi ed "arrangiarsi" consapevoli che, rispetto al"pacchetto all inclusive matrimonio", alcuni aspetti (patrimoniali) del loro menage saranno privi di regolamentazione e tutela. Questo relativamente da pochi decenni considerato che la convivenza more uxorio era considerata reato! E, fino al momento in cui non si è realizzato un allargamento dell'interpretazione del concetto di famiglia (peraltro non proprio completo) la costituzione del nucleo familiare attraverso la celebrazione del matrimonio è stato l'unico strumento per ricadere sotto l'ombrello delle garanzie costituzionali.

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