I principi di uguaglianza, libertà e dignità: coppie di fatto e convivenza more uxorio rispetto al matrimonio.


Approfondimento sul tema della effettività dei principi costituzionali di libertà, uguaglianza e dignità rispetto ai rapporti more uxorio ed alla convivenza in generale, considerazioni provocatorie alla luce della sentenza della Corte Costituzionale 183 del 2010.





Negazione della diversità

Forse il problema è che la diversità al quale si è negata la possibilità di una diretta realizzazione delle proprie aspettative a svelato una questione di non poco rilievo: non è che, per caso, l'affectio che si rivela pura e semplice al di là di "millenarie" teorizzazioni costituisce il vero nocciolo della questione?

Che il significato dell'affectio che dovrebbe essere il motore del nucleo familiare (considerato nella prospettiva istituzionale) sia già ben diverso dall'idea originaria che costituì il nucleo del diritto di famiglia sembra cosa ben assodata anche se, in fondo, solo tollerata: basti pensare che "il definitivo venir meno dell'affectio coniugalis e la conseguente intollerabilità della convivenza" cozzano in modo abbastanza evidente con "i millenari e tradizionali" concetti che hanno portato al riconoscimento della famiglia nell'ambito costituzionale e della legislazione civile originaria.

Istituzionalizzare per poi relativizzare: ad esempio nella prospettiva che il divorzio debba ritenersi una conquista per la dignità della donna affermando nel contempo che la famiglia debba essere considerato il luogo di realizzazione della pari dignità tra uomo e donna. Dalla prospettiva dell'affectio, con il matrimonio civile, uomo e donna la dichiarano pubblicamente una volta per poi, comunque, disporre dello strumento per revocare tale solenne affermazione prima separandosi (cioè chiedendo al giudice l'autorizzazione a vivere separati) e, dopo, divorziando. La stessa affectio, che non viene istituzionalizzata - cioè che non viene pubblicamente accertata non è riconosciuta utile a garantire le tutele connesse, invece, alla dichiarazione formale insita nel matrimonio... anche se tale manifestazione informale (convivenza more uxorio) dovesse durare tutta la vita! D'altra parte e contemporaneamente, nel caso di matrimonio inteso come strumento utile a conseguire finalità diverse, la preoccupazione relativa alla sussistenza dell'affectio non ha in effetti nessun rilievo! Sembra che, posta l'adesione allo schema formale e sussistendo i presupposti - sempre formali -, la tolleranza funzioni.

Nel dominio delle scelte, il tollerato, che in questo caso è il convivente more uxorio ha lo strumento per essere accettato cioè può scegliere di aderire al programma del tollerante, il quale - in altre situazioni - accetta la dimostrazione di inefficacia e/o insussistenza dei presupposti della posizione di forza assunta, lasciando correre sul fenomeno elusivo. Perché la richiesta di celebrazione del matrimonio da parte di una coppia omosessuale (attraverso la richiesta delle pubblicazioni civili) "inceppa" questo meccanismo? Una coppia omosessuale che chiede sia celebrato il proprio matrimonio che cosa afferma? Una posizione che è al di fuori del dominio delle scelte offerto dalla tolleranza (quella possibilità di scelta offerta al convivente more uxorio) e che la disvela attraverso l'affermazione che l'affectio istituzionalizzata è ben lontana da quella "reale e vissuta";, cioè quella concreta rinnovata nel quotidiano fuori dallo schema della presunzione che, già in passato, la stessa Corte Costituzionale aveva definito inidonea a consentire l'estensione delle garanzie e tutele del matrimonio al convivente more uxorio.

In altre parole, "l'incistamento" operato attraverso la tolleranza non è altro che discriminazione. Discriminazione che, alla fine, è strutturale (certo altrimenti non potrebbe esserci l'affermazione relativa alla sussistenza della tolleranza) e ben percepibile nella stessa terminologia utilizzata dai giudici della Consulta in relazione ai temi trattati: fenomeno... non realtà, fenomeno (anche non socialmente rilevante).

Ma, fosse anche per un singolo individuo che si trovasse ad essere portatore di una particolarissima e speciale istanza, non dovrebbero trovare applicazione prioritaria ed inderogabile i principi che il gruppo sociale ha posto a fondamento della concentricità tra etica, morale e diritto? La sofferenza che in questo caso è l'espressione duplice della mancata realizzazione delle attese del singolo rispetto all'espressione completa della propria personalità (peraltro teoricamente tutelate) e dell'attestazione di una incoerenza nel sistema generale (del suo stato complessivo di sofferenza) non è una violazione del principio di salvaguardia della dignità? Della pari dignità sociale della persona? Non è una violazione del principio di uguaglianza (formale e sostanziale) nel momento in cui è negata la natura dell'affectio quale motore creatore del luogo degli "affetti forti" (che forse dovrebbe essere la definizione più appropriata del concetto di famiglia) e, ancor più a ragione, se si considera che - ad esempio - ai fini della celebrazione del matrimonio cosi come questo è oggi interpretato sia sufficiente una diversità sessuale solo apparente come quella derivante da un cambiamento di sesso chirurgico e non genetico?

Forse quest'ultima ipotesi è più agevole da tollerare nella prospettiva che il fenomeno è socialmente irrilevante in quanto numericamente rappresentato da un limitatissimo numero di soggetti.... almeno che, in un futuro, il cambiamento di sesso non diventi qualcosa al pari di un bene di consumo... magari da mettere in palio quale premio di una lotteria istantanea o che non sia una pratica finanziabile con il credito al consumo.

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