Trattamenti sanitari, fine vita e amministrazione di sostegno


La legge del 09/01/2004 n. 6 è stata una legge attesa per anni che introduce accanto ai tradizionali istituti dell’interdizione e dell’inabilitazione la figura dell'amministratore di sostegno quale sostegno al soggetto debole. La legge sull’ amministrazione di sostegno è espressione di quella rivoluzione che ha posto la persona e non più la malattia al centro della disabilità e fragilità, questo istituto è in grado di accompagnare la persona anche sul finire della propria vita, garantendo una continuità assistenziale.

Se la legge sull’ amministrazione di sostegno è espressione di quella rivoluzione che ha posto la persona e non più la malattia al centro della disabilità e fragilità, questo istituto è in grado di accompagnare la persona anche sul finire della propria vita, garantendo una continuità assistenziale. Con questa legge, si è visto come il legislatore italiano ha radicalmente rivisto la materia delle limitazioni della capacità d’ agire delle persone, stabilendo che colui che si trova nella impossibilità di provvedere ai propri interessi per effetto di una infermità psichica o fisica, ha diritto di essere coadiuvato da un amministratore di sostegno nominato dal Giudice Tutelare. La ratio dell’ istituto che valorizza la tutela della persona e delle sue esigenze, fa si che allo stato attuale sia l’ istituto più appropriato per esprimere quelle disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari per l’ ipotesi di incapacità. Da qui la maggiore novità segnalata dall’ art 408 c.c., che prevede la possibilità di chiedere la nomina di un amministratore, anche con riferimento ad un soggetto in piena salute, in previsione della propria eventuale futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata. Questa disposizione letta in relazione all’ art 32 comma 2 costituzione(nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge) aprirebbe la strada al c.d. TESTAMENTO BIOLOGICO, inteso come espressione della volontà della persona in merito alle terapie mediche che intende o no accettare, nell’ eventualità in cui dovesse trovarsi nell’ impossibilità di esprimere il proprio diritto di acconsentire o no alle cure proposte. Infatti la rilevanza del rifiuto di alcune cure deve riconoscersi non solo quando la persona già ammalata esprime volontà contraria a certi trattamenti, ma anche quando la stessa, pur in perfetta salute, rifiuti alcuni trattamenti nell’ eventualità sopravvenga una patologia. Nell’ attesa di uno specifico intervento normativo, finalizzato all’ introduzione del testamento biologico, chi decide di escludere su di sé qualsiasi forma di accanimento terapeutico in previsione di una eventuale futura perdita di incapacità, può designare con atto pubblico o scrittura privata autenticata un amministratore di sostegno e ricorrere al Giudice Tutelare per farsi accogliere la richiesta.

Chiaramente non produce effetti immediatamente vincolanti, spettando il potere di nomina al giudice, il quale potrà comunque discostarsi dalle indicazioni del soggetto interessato. La ricostruzione dottrinaria appena descritta, ha trovato conferma in alcune pronunce dei giudici. Tra queste vi è il decreto 05/11/2008 del Trib. Di Modena, con il quale il giudice tutelare ha accolto la richiesta di un uomo, in ottime condizioni di salute, di nominare la moglie suo amministratore di sostegno, quale garante per le sue volontà di fine vita. Per il caso di impossibilità della moglie, era stata designata la figlia. L’ uomo qui aveva già espresso con atto notorio la volontà di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico in caso di malattia allo stato terminale ed esprimeva anche il desiderio di poter beneficiare della terapia del dolore. La moglie in forza del decreto in commento, è stata autorizzata a garantire la volontà del marito, negando il consenso a terapie invasive non volute. L’ amministrazione di sostegno non esprime da sé delle scelte terapeutiche, ma si fa custode di una volontà già manifestata in una condizione di piena capacità, in previsione di una eventuale incapacità.

Secondo il decreto in commento l’ attualità dello stato di incapacità costituisce presupposto per la produzione degli effetti, ma non anche requisito per la sua istituzione. Qui il giudice fa valere l’ effettività dell’ autodeterminazione, infatti se non si procede alla nomina dell’ ADS , attribuendogli il potere di rifiutare il trattamento, si avrà una violazione del corpo dell’ interessato, in quanto al verificarsi di una patologia improvvisa, il mandatario indicato nell’ atto di designazione non potrà ottenere in tempo reale il decreto di nomina dell’ ADS. Nel decreto si evidenzia il diritto di autodeterminarsi in ordine al modo in cui si intende affrontare il percorso biologico naturale della malattia. Siamo sul piano del rifiuto delle cure, non dell’ eutanasia: qui si pretende il rispetto della libertà dell’ individuo. Il diritto alla salute, porta con se il suo opposto, possibilità di rifiutare le terapie. Si sottolinea come il principio del consenso libero ed informato ai trattamenti sanitari, rappresenta una forma di rispetto per la libertà dell’ individuo. Nonostante quindi la mancanza di una legge, questo istituto ha riconosciuto una qualche vincolatività alle direttive anticipate sui trattamenti sanitari, realizzando la libertà di disporre del proprio corpo anche nella situazione di sopravvenuta incoscienza. Occorre sottolineare che questo procedimento non esclude la necessità di una legge in materia, infatti, qui l ‘ iter non e’ comunque essenziale per esprimere una volontà vincolante sulla fine della vita. Nel caso di specie, l’ interessato non si limita a formalizzare il rifiuto a certi trattamenti, ma per essere certo che si rispetti la sua volontà chiede, mancando una legge specifica, la nomina dell’ amministratore di sostegno. Rientrano nel diritto di autodeterminazione della persona non solo i casi del soggetto capace che rifiuti un trattamento medico, ma anche quello dell’ incapace, già seguita da un amministratore che, senza aver lasciato disposizioni scritte, si trovi in una situazione vegetativa irreversibile.

Qui la libertà di rifiutare le cure presuppone il ricorso a valutazioni soggettive, l’ ads in mancanza di specifiche direttive anticipate di trattamento, ricostruirà la presunta volontà del PAZIENTE-BENEFICIARIO, tenendo conto dei desideri da lui espressi prima della perdita di coscienza, o basandosi sul suo vissuto, stile di vita, convinzioni religiose. Una volta dimostrata la volontà contraria del paziente e l’ irreversibilità della patologia, il giudice autorizza l’ ads a negare in nome e per conto del beneficiario il consenso al trattamento che tiene in vita in stato di incoscienza. A tal proposito istruttivo è stato il decreto del 24/07/2012 Del Trib. Di Reggio Emilia, dove si trattava di scegliere se fare luogo a ventilazione meccanica invasiva o se limitarsi a mere cure palliative nell’ interesse della beneficiaria affetta da una grave forma di sclerosi multipla in fase terminale, la quale precedentemente non aveva lasciato dichiarazioni di volontà rispetto ai trattamenti sanitari. Il giudice tutelare di Reggio Emilia mostra di ben conoscere i criteri lungo cui orientarsi, andando dritto al cuore, anche della storica sentenza sul caso Englaro, la quale si è posta come linea guida di condotta da applicarsi in casi delicati, sostenendo che, quando si tratta di interventi urgenti , e non vi è volontà espressa, il dovere di intervenire del medico sarà esclusivamente rivolto al beneficiario, decidendo non al posto dell’ incapace ma con l’ incapace, ricostruendo la presunta volontà del paziente incosciente. Il decreto reggiano da voce ai desideri manifestati dalla beneficiaria nel corso della propria vita, e lo fa con l ‘ascolto di molti testimoni, e da ciò il giudice ricava un quadro attendibile di ciò che con verosimiglianza, la donna avrebbe desiderato circa il trattamento di fine vita. In tal caso, particolarmente convincenti risultavano al riguardo le dichiarazioni rese dalla donna in occasione della fase terminale della malattia del padre. L’ ads viene dunque autorizzato ad esprimere consenso informato alle cure con sole terapie palliative. In conclusione l’ ads si iscrive nell’ ambito del progetto personalizzato per la persona fragile, è un istituto rispettoso della nuova posizione giuridica del soggetto debole, strumento capace di restituire dignità e libertà, ma ancora bisognoso di interventi migliorativi.

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