Definizione di violenza assistita.
La violenza assistita, in particolare quella che si svolge nel contesto intrafamiliare, riguarda tutte quelle situazioni in cui, il bambino, è "spettatore" di una serie di comportamenti violenti che però non possono essere ricondotti semplicemente ai "classici" episodi di percosse e simili.
Essere partecipe, vittima, di violenza assistita significa assistere a:
- continui litigi tra i genitori (o componenti della famiglia);
- insulti;
- denigrazioni;
- conversazioni dai toni alterati;
- litigi violenti (con percosse, lancio di oggetti ecc..);
è anche violenza assistita la presenza davanti a comportamenti apparentemente neutri che però sottendono pressioni psicologiche nei confronti di uno dei membri del nucleo familiare (es. destinate a provocarne l'allontanamento: non apparecchiare la tavola per uno dei genitori), è ancora violenza assistita essere spettatore di episodi in cui vengono rotti oggetti appartenenti ad uno dei componenti della famiglia, episodi in cui vengono distrutte suppellettili e così via.
Gli episodi di violenza assistita determinano nel bambino sia delle conseguenze a breve termine che delle conseguenze a lungo termine che in buona parte - come sintomatologia - sono compatibili con il disturbo post traumatico da stress.
A ben vedere la descrizione degli episodi che, se vissuti dal bambino o dall'adolescente, vengono definiti come violenza assistita intrafamiliare (dai più leggeri ai più gravi) sono dato comune nei racconti di moltissime separazioni personali delle quali noi siamo partecipi proprio come avvocati.
La riflessione che voglio proporre riguarda proprio il ruolo dell'avvocato in questi delicati momenti della vita della coppia e più precisamente la valutazione della possibilità che proprio l'avvocato possa essere catalizzatore di condizioni sfocianti poi in episodi qualificabili come violenza assistita?
Il concetto di "delega" oltre la procura in senso tecnico.
Quando l'Avvocato propone la sottoscrizione della procura, quando in buona sostanza accetta il mandato, in realtà - dalla prospettiva del cliente e soprattutto nel contesto del diritto di famiglia - assume una delega di portata ben più ampia.
Il contenuto di questa delega è - spesso - anche di natura profondamente psicologica: un potere di fare e un dover fare al posto di.... la prospettiva è quella che l'Avvocato possa realizzare "pubblicamente" (presentando ad esempio un ricorso perseparazione giudiziale) le attese intime dell'assistito, attese che normalmente sono collegate a sentimenti di rabbia, odio e simili.
"io voglio la distruzione del mio partner e la otterrò attraverso il mio avvocato"
In buona sintesi, il Cliente si attende che le sue istanze - cioè ciò che in fondo genera il conflitto privato - siano trasferite dall'Avvocato (possibilmente amplificate) innanzi il Giudice al fine di ottenere quella pubblica vittoria che non è altro che l'agognata distruzione del partner: ti toglierò i figli, non avrai mai la casa, scordati il mantenimento e via così....
Spesso, devo dire, quest'attesa del Cliente trova terreno fertile ove l'impostazione dell'agire dell'Avvocato venga improntata ad un semplice: "sono bravo perché vinco sempre le mie cause!"
In questa prospettiva, considerato che il Cliente è sempre partecipe del contenuto degli atti che andiamo a formare anzi spesso ne è destinatario a sua volta se l'apprezzamento che restituisce vale a sostenere l'impostazione di cui abbiamo prima detto, è facile comprendere come lo stesso Avvocato possa essere artefice di condizioni tali da generare nel contesto intrafamiliare terreno fertile per il realizzarsi degli episodi di cui prima si è detto...
Dopo l'incontro con il proprio Avvocato, il Cliente rinfrancato dal colloquio avuto, magari conclusosi con un "non si preoccupi è una causa vinta", torna nell'inferno domestico con una bozza del ricorso in tasca...
a questo punto due esempi e due prospettive completamente diverse:
-il coniuge si dava a numerose relazioni adulterine, con numerosi congiungimenti carnali, umiliando e denigrando la figura del coniuge con un comportamento a dir poco ingiurioso. Lo scandalo ed il ludibrio a cui l'odierna parte attrice era sottoposta - vittima dell'osceno comportamento del coniuge - non poteva che generare il legittimo convincimento di dover porre fine alla convivenza pur nel rimorso di poter creare un grave pregiudizio al benessere psicofisico dei figli minori.
oppure
-il coniuge dell'odierna parte attrice, violando ripetutamente i doveri nascenti dal vincolo matrimoniale, veniva - con la sua condotta - a determinare le condizioni di improseguibilità della convivenza.
facile immaginare le conseguenze nel caso in cui il primo atto venga ad essere utilizzato come "munizione" in una ipotetica discussione: "ecco quello che hai fatto! Lo ha scritto pure l'Avvocato!"
L'orientamento alla mediazione e la deflazione del conflitto
A questo punto è più che chiara la portata che il trasferimento delle istanze dal Cliente all'Avvocato comporta, ed è anche chiara la responsabilità che necessariamente grava sul professionista se l'idea fondamentale è quella di operare correttamente una profonda valutazione degli interessi che, specie nell'ambito del diritto di famiglia, sono in gioco.
Oltre i doveri concernenti l'assistenza della parte, infatti, è necessaria una specifica predisposizione ad una visione allargata del territorio del conflitto familiare e dei suoi attori spesso soggetti davvero inermi e vere e proprie vittime: i figli!
In questa prospettiva non è sufficiente una semplice attuazione di "doveri" intesi come applicazione di una routine come ad esempio può essere la costante proposizione - poi disattesa - relativa al raggiungimento di accordi per una separazione consensuale ab origine disattesa da un ricorso per separazione giudiziale pronto per il deposito! E' necessario un vero e proprio salto di qualità ed un profondo cambiamento di prospettiva: comprendere come l'efficacia dell'agire dell'avvocato (specie dove le istanze portate dal cliente hanno profonde implicazioni di ordine psicologico come nel settore del diritto di famiglia) sia facilmente raggiungibile attraverso un preliminare orientamento alla mediazione ed alla deflazione reale del conflitto.
Come?
Guardando alla mediazione familiare ed al ruolo del mediatore è possibile comprendere come l'essenza della stessa (del percorso di mediazione) sia quella di creare le condizioni all'interno delle quali possa attuarsi un processo di "self empowerment": le parti in conflitto, attraverso l'attività del mediatore, riescono a costruire autonomamente e congiuntamente accordi dirimenti il conflitto.
In buona sintesi, il mediatore familiare - in una posizione di assoluta neutralità - fornisce alle parti gli strumenti attraverso i quali ridurre ed eliminare il conflitto riposizionando le reciproche prospettive e consente che le energie prima destinate al sostentamento del conflitto (distruttive) vengano impiegate nella costruzione dell'accordo (costruttive).
Per l'Avvocato, l'orientamento alla mediazione ed alla deflazione del conflitto si traducono in primo luogo nella necessità di filtrare le istanze che formano la delega di cui si è detto, intesa sia sotto il profilo strettamente tecnico che sotto il profilo psicologico, ma anche nella consapevolezza che tale impostazione (agire in vista di..) deve essere restituita all'assistito: questi non deve trovare una predisposizione all'amplificazione (l'ottimizzazione in funzione della vittoria) ma deve essere posto nelle condizioni di poter percepire il vantaggio (operazione di predisposizione alla mediazione) di un cambiamento di prospettiva rispetto al conflitto (operazione di deflazione del conflitto).
E' dunque in questo senso, ovvero acquisizione di specifiche competenze (ovviamente senza sovrapposizione di distinte professionalità), che si dovrebbe costruire uno specifico orientamento alla mediazione familiare ed una tensione alla deflazione della conflittualità tra i partner: accoglienza, ascolto e rimodulazione delle istanze sono dunque i passaggi preliminari, corretta interpretazione e restituzione al Cliente sono il completamento di un agire che sicuramente è compatibile con i doveri deontologici e che anzi tende a rafforzarne la valenza.
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