Violenza intrafamigliare ed il reato di maltrattamenti: il ruolo dell'avvocato nell'attivazione delle reti di protezione.


occhiello

Negli ultimi anni si è assistito ad una crescita continua (se non esponenziale) relativamente alla commissione di reati connotati da un elevato indice di violenza (e pericolosità) nonché dalla presenza del comune denominatore dell'ambito famigliare intendendo per famigliare non tanto la connotazione giuridica del rapporto tra vittima e reo quanto, piuttosto, il “luogo del dispiegarsi degli affetti e delle relazioni parentali collegate”.

Non solo, riguardo ad alcune tipologie di reato (es. stalking, omicidio/femminicidio o comunque violenza di genere in senso più ampio) occorre considerare anche il “tempo” della relazione passata: ad esempio, caratterizzante lo stalking, è la cessazione (avvenuta o in divenire) della pregressa relazione tra vittima e reo. Nel caso dell'omicidio (femminicidio) la “relazione famigliare” considerata attuale o cessata (quindi nei casi di fattispecie omicidiaria considerati l'epilogo di una attività di stalking), secondo le rilevazioni ISTAT / EURES era presente in circa il 64% dei casi (70,8% nel periodo 2001 – 2011) con un coinvolgimento di coppie separate o in fase di separazione pari al 61% (66,3% nel periodo 2001 – 2011) mentre in termini generali l'incidenza della violenza di genere (nelle sue varie manifestazioni) riguarda una percentuale oscillante tra il 5,2 ed il 5,4% della popolazione femminile. Sempre al 2008 (successivamente al rapporto in sede CE del 2006), il numero complessivo di suicidi è stato pari a 2862 di cui 631 riferiti a donne, 9 infanticidi commessi da madri, 2 infanticidi/suicidi.

Ancora nel 2008 – a fronte del dato complessivo relativo agli omicidi (611) – il numero di quelli tentati è stato pari a 1619, nel caso di “femminicidi” la percentuale di fattispecie correlate (denunciate in precedenza) è stata del 70% per molestie e minacce (poi stalking), 60% mobbing familiare, 67% violenze nel contesto familiare. Elevato (oltre il 50%) il numero di soggetti in qualche modo seguito dai servizi o per i quali era stata attivata una fase giurisdizionale (circa 60% se si guarda alla giurisdizione civile – separazione, divorzio, affidamento della prole e quasi la stessa percentuale se si guarda a quella penale). Tali dati, a partire dal 2009 a seguito dell'introduzione della fattispecie degli atti persecutori2 sino ad oggi, hanno dimostrato l'esistenza di un trend di crescita che – nel 2012 – ha segnato un picco pari al 6% per quanto riguarda gli omicidi aventi vittima una donna.

Nella relazione preliminare (Letta – Alfano) all'emanazione del nuovo pacchetto sicurezza per il 20133 il dato relativo alla crescita nel primo semestre dell'anno lascia intendere la possibilità che l'aumento per l'anno in corso possa raggiungere il 12-14% per allinearsi al trend generale relativo all'aumento dei reati in genere: al primo luglio 2013, ad esempio, novantonove sono state le donne vittima di omicidio e oltre tremilacinquecento quelle vittima di atti persecutori (stalking 77,52% contro il 70% al rilevamento del 2008). Infine, ancora da valutare il dato relativo al rilevamento dei casi di violenza assistita (nella definizione adottabile a seguito della ratifica della Convenzione di Istanbul).

Da questo rilevamento sfuggono quei casi che, pur potendo rientrare all'interno di fattispecie di rilevanza penale, vengono ad esaurirsi come “mere segnalazioni a fini probatori” all'interno di procedimenti di natura civile (ad esempio nell'ambito delle separazioni o dei divorzi) considerando anche la “dispersione” frutto di dichiarazioni di incompetenza del giudicante (es. Giudice Tutelare in favore del Giudice della separazione o del divorzio) o che non trovano esito nell'esercizio dell'azione penale (archiviazione, remissione delle querela o proscioglimento ante dibattimento). Ad oggi quindi sia attraverso il consolidamento degli orientamenti giurisprudenziali, sia attraverso specifiche previsioni normative, è possibile identificare un vero e proprio “spettro” di comportamenti rilevanti ai fini della qualificazione della violenza intrafamigliare: guardando alla sistematicità, alla ripetizione ed alla natura delle condotte gli estremi si concretizzano a partire dalla “violenza assistita” sino a giungere alla estrema gravità dell'azione omicidiaria. Così, partendo dal “mobbing familiare”, la violenza intrafamigliare di realizza in vere e proprie vessazioni (soprattutto di tipo psicologico) che portano il soggetto destinatario (tipicamente la partner) a sminuire la propria personalità, ad annullare la propria autostima e via dicendo al punto di venirsi a trovare in una posizione di totale sottomissione rispetto al mobber (il partner che pone in essere tali comportamenti). Così, ad esempio, dai semplici apprezzamenti negativi sulle capacità di gestione del menage familiare, si passa alla costante denigrazione dell'aspetto fisico, delle capacità del coniuge, alla sistematica demolizione dell'integrità della personalità mediante l'insulto, il rifiuto di ogni apprezzamento e via dicendo. Oltre la descrizione delle condotte (il cui spettro è davvero infinito e solo in parte riconducibile a schemi fissi), per definire la sussistenza di una ipotesi di mobbing familiare o mobbing coniugale5, è necessario che tali condotte si ripetano nel tempo e che l'effetto psicologico vada oltre quello che, ad esempio, può essere attribuito ad un semplice litigio.

Ancora, guardando all'estrinsecarsi delle condotte violente o maltrattanti nella prospettiva di una vittima minore queste possono concretizzarsi in ciò che si manifesta come un comportamento privativo rispetto alla cura del bambino: cura che non è solo "il cambio del pannolino" ma l'insieme delle relazioni che coinvolgo il gruppo familiare: cura affettiva, cure materiali, attenzioni relazionali. Non prendersi cura del bambino non lavandolo, non vestendolo adeguatamente, ignorare le necessità affettive, infliggere sofferenze psicologiche e fisiche, trascurare o ignorare le sue necessità mediche (non solo di cure vere e proprie come la semplice somministrazione di farmaci). Non solo, sono ascrivibili alla fattispecie i comportamenti volti ad ignorare, eludere, trascurare le esigenze di istruzione e scolarizzazione del bambino; destinati a lasciare un bambino privo di adeguata sorveglianza e senza le necessarie attenzioni o a pretendere che il bambino adegui il suo comportamento complessivo alla realizzazione di desideri dell'adulto che non considerano le sue reali capacità ed aspirazioni

Nella stessa prospettiva quei comportamenti, posti in essere dal familiare che:

  • influenzare negativamente i comportamenti del bambino anche al fine di trarne un vantaggio personale o di legittimare condotte altrimenti riprovevoli dell'adulto o anche al fine di influenzare le percezioni e le valutazioni del bambino, è certamente abuso esporlo a liti o violenze familiari ancorché la fattispecie sia prevista come autonoma;
  • maltrattare verbalmente il bambino anche con la finalità di ridurre o ledere l'autostima;
  • esporre o lasciare che il bambino sia esposto (ad esempio omettendo la necessaria vigilanza) ad atti o immagini pornografiche;
  • sempre sul tema sessuale, toccare le zone intime del bambino (ovvio che tale comportamento non può ravvisarsi nelle normali cure) o indurre tale comportamento nel bambino come perpetrare in suo danno qualsiasi abuso di tipo sessuale.

Potendo poi includere anche quelle azioni (sistematiche ed abituali) in grado di generare la c.d. “sindrome di alienazione parentale”: in questo caso la violenza intrafamigliare viene a concretizzarsi nell'induzione del minore ai sentimenti avversi nei confronti del genitore alienato configurando, allo stesso modo delle ipotesi precedenti, una fattispecie che può ben essere ricondotta alla previsione dell'art. 572 c.p.

Ancora e nella direzione delle fattispecie più gravi (se di valutazione distinta di gravità si può disquisire) la tipizzazione degli atti persecutori propri dello stalking:

  • comunicazioni intrusive, distinte secondo il mezzo usato (telefoniche, per posta, e-mail, facsimile o altro, ad esempio messaggi lasciati sulla macchina o sulla porta di casa del molestato);
  • contatti, distinti in comportamento di controllo indiretto (seguire, spiare, mantenere la sorveglianza attorno all'abitazione) oppure di approccio diretto al molestato, in pubblico, sul luogo di lavoro;
  • comportamenti associati, come ordinare beni per conto del molestato, inviare doni, far trovare oggetti (per esempio, animali o parti di animali morti), vandalizzare le proprietà del molestato (per esempio tagliare le gomme dell'automobile), uccidere gli animali domestici della vittima."

Davanti a questo “spettro” di condotte (invero riduttivo e realizzato solo a titolo esemplificativo) occorre chiedersi quale sia il ruolo dei vari operatori potenzialmente coinvolti ed in particolare quale debba essere il ruolo dell'avvocato specie quando egli stesso sia il primo soggetto a determinare l'emersione della condizione di maltrattamento intrafamigliare.

Ritengo che l'approccio più corretto debba necessariamente essere gestito in modo multidisciplinare e sinergico: il contesto in cui la fattispecie si inserisce, elemento da non dimenticare, è quello famigliare! Ovvero quel contesto indissolubilmente connesso al motore degli affetti e di particolari relazioni intersoggettive che mal si prestano a rigide categorizzazioni, contesto che – ai fini della valutazione corretta degli eventuali elementi disfunzionali – richiede sicuramente una preparazione ed una disponibilità di strumenti di cui l'operatore coinvolto potrebbe non essere padrone.

n effetti, nell'ottica di una corretta gestione delle reti di protezione della vittima (sia essa un minore che un adulto) è necessario che l'operatore (l'avvocato in particolare) possa in primo luogo correttamente operare una preliminare valutazione sulla veridicità delle affermazioni che identificherebbero la fattispecie rilevante13 e, ancora, una preliminare valutazione sulla dinamica (es. conflitto) sottostante e tanto ai fini della scelta dell'inserimento di strategie deflattive piuttosto che la semplice proposizione di istanze punitive In questo senso, infatti, occorre considerare che quando l'Avvocato propone la sottoscrizione della procura, quando in buona sostanza accetta il mandato, in realtà - dalla prospettiva del cliente e soprattutto nel contesto del diritto di famiglia - assume una delega di portata ben più ampia. Il contenuto di questa delega è - spesso - anche di natura profondamente psicologica: un potere di fare e un dover fare al posto di.... la prospettiva è quella che l'Avvocato possa realizzare "pubblicamente" (presentando ad esempio un ricorso per la separazione o una querela) le attese intime dell'assistito, attese che normalmente sono collegate a sentimenti di rabbia, odio e simili. In buona sintesi, il Cliente si attende che le sue istanze - cioè ciò che in fondo genera il conflitto privato - siano trasferite dall'Avvocato (possibilmente amplificate) innanzi il Giudice al fine di ottenere quella pubblica vittoria.

Dunque, ritengo che l'approccio (generalmente ma in modo ancor più marcato innanzi i casi di violenza intrafamigliare) debba essere articolato in funzione di differenti strategie, ovvero:

  • valutazione ed analisi: i fatti riferiti devono essere valutati in una prospettiva che da un lato consenta di effettuare una serena azione di filtraggio verso ciò che potrebbe tramutarsi in azioni infondate e solo apparentemente legittime e, dall'altro che l'ascolto non si tramuti in una vera e propria vittimizzazione tale da distorcere il prosieguo dell'attività poi destinata alla concreta tutela (es. sostenere una denuncia di falso abuso “ri-costruendo” il racconto in sede di redazione di querela). Valutazione ed analisi che, ove possibile e nel rispetto delle possibili attività investigative successive (es. indicente probatorio, c.t.u., audizione protetta nel caso di minori), dovrebbe avvenire con il supporto di una figura professionalmente qualificata (es. psicologo, psichiatara ecc.) e documentata al fine di garantire la neutralità degli operatori alla specifica fase;
  • predisposizione di strategie di protezione e prevenzione: ove il riferimento non è solo, ad esempio, all'eventuale richiesta o ottenimento di ordini di protezione o allontanamento di un componente del nucleo familgliare, bensì all'attuazione di un vero e proprio empowerment della vittima (diretta o indiretta che sia) destinato a porla nella condizione di non cadere in quella condizione che potrebbe tranquillamente essere assimilata alla c.d. “sindrome di Stoccolma” ove il rapporto vittima/carnefice diviene quasi indissolubile e paradossalmente necessario alla vittima stessa. In questo senso, l'eventuale intervento (anche da parte dei professionisti operanti in sinergia con l'avvocato) dovrebbe essere esteso – ove possibile – all'intero nucleo parentale nell'ottica di fornire al numero maggiore di soggetti la possibilità di concretizzare autonomamente ed efficacemente azioni di supporto alla vittima (prestando attenzione al fatto che ciò non si tramuti in un catalizzatore di eventi negativi (alleanze disfunzionali);
  • valutazione e predisposizione di strategie deflattive: in questa prospettiva l'avvocato dovrebbe valutare, tenendo conto degli strumenti effettivamente a disposizione (mediazione famigliare o mediazione penale in vista della possibile riparazione) ove ciò sia praticabile, la possibilità di indirizzare, o quantomeno di fornire strumenti di valutazione, la “vittima” ed anche l'artefice della violenza (presunta o meno) verso un supporto esterno destinato alla deflazione o alla soluzione del conflitto sottostante. Tanto nella prospettiva di ridurre l'incidenza delle possibili recidive derivanti dal perdurare della situazione conflittuale: ad esempio nell'ambito degli episodi connessi alle fasi prodromiche la separazione personale dei coniugi, nell'immediatezza della separazione, nelle violenze connesse a condizioni di dipendenza. Casi nei quali un supporto differente dal sostentamento dell'istanza di punizione potrebbe sortire effetti inaspettatamente favorevoli;
  • supporto alla vittima: tenendo a mente l'esistenza di possibili limitazioni (es. successivi accertamenti in sede processuale) l'operatore – in questo caso l'avvocato – dovrebbe poter disporre, nella giusta prospettiva sinergica e quando non esista già una specifica presa in carico, della collaborazione delle giuste professionalità in grado di fornire supporto e contenimento alla vittima specie in fase acuta19. Nel caso di vittima minore, tuttavia, tale attività dovrebbe essere, in primo luogo, destinata ai familiari dovendo tener necessariamente conto delle relative esigenze processuali successive.

In conclusione l'avvocato, quale operatore professionale coinvolto, dovrebbe – nell'approccio dei casi di violenza intrafamigliare – tener conto di elementi e strategie non solo di tipo tecnico / processuale. Ferme le doverose riflessioni di tipo deontologico nella fase iniziale di valutazione (che potrebbero giungere al limite della impossibilità di fornire assistenza nei casi evidenti di falsa costruzione del caso)20 è necessario tener conto della peculiarità dell'ambito operativo: il contesto famigliare è il luogo proprio di relazioni che sfuggono per loro natura a schematizzazioni tecnico / giuridiche tanto da essere definita nel secolo scorso (Carlo Arturo Jemolo) “un isola che il mare del diritto può solo lambire, ma non sommergere”: in questo senso l'avvocato dovrebbe costantemente essere consapevole della necessità di operare, nel proprio ambito professionale, la costruzione e la predisposizione di una specifica rete di competenze al fine di garantire tutela concreta e completa (non solo di tipo giuridico) nei confronti della vittima (sia essa diretta, sia essa indiretta come nei casi di violenza assistita). Tutto ciò è sicuramente realizzabile attraverso una specifica formazione e sensibilizzazione (che dovrebbe essere già propria dell'operatore che si orienta allo specifico settore) ed attraverso un più stretto coordinamento tra le strutture e gli operatori già presenti sul territorio (associazioni, servizi, presidi sul territorio) superando la visione – purtroppo - “concorrenziale” dalla spesso sono scaturite inutili ed improduttive contrapposizioni. E' agevole pensare che raggiunta una condizione pienamente collaborativa lo stesso avvocato possa essere artefice di miglioramenti qualitativi, ad esempio, nelle fasi di supporto alla vittima ben potendo dettagliare in sede di analisi dell'invio ad opera di altri professionisti come, d'altra parte, mutuando le medesime tecniche e strategie possa realizzare modelli ed azioni di tutela giuridica efficaci e rapidi. Dunque una visione di “rete d'intervento” piuttosto che una “serializzazione” delle attività troppo soggetta alle limitazioni operative derivanti da modelli compartimentati.

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