Crescere ed educare cervelli, addestrare corpi.
« il: Ottobre 01, 2013, 10:26:50 am »
Lavorare all'interno della struttura di un nido d'infanzia è fonte di continue esperienze, novità... è anche una prospettiva di osservazione privilegiata verso le manifestazioni ed i confini del contesto sociale che può essere percepito durante l'accoglienza dei bambini. La porta d'ingresso, alle volte, sembra una porta magica: é contemporaneamente un confine ed, allo stesso tempo, una specie di visore funzionante in due direzioni. Quella dell'entrare, che mostra a “quel genitore” frettoloso, preoccupato, distratto, in perenne tensione, il luogo giusto nel quale lasciare il proprio bambino: l'ambiente il cui il piccolo resterà fino a che papà e mamma non avranno tempo per lui, anche se spesso questo tempo non ci sarà mai perché destinato al fare la spesa, al sistemare casa, al preparare la cena, al mettere il piccolo a dormire consegnandolo al sonno reale.

Nella direzione dell'uscire, del guardare fuori stando dentro, questa porta è invece una finestra unica: il paesaggio del mondo, delle scoperte, dell'esperienza, una porta che dovrebbe essere immediatamente attraversata.

Invece questa spinta deve essere moderata se non soppressa perché l'averla attraversata nella direzione dell'entrare implica una sua immediata chiusura metaforica. La direzione dell'entrare implica il transito verso il “sistema educativo” con tutto che questo comporta. In effetti, per quanto vi possa essere innovazione, il sistema scuola resta gravato dal peso di una rimozione (il termine é utilizzato con estrema precisione da Ivano Gamelli in “I laboratori del corpo”, Cortina, Milano, 2009), la rimozione sistematica della considerazione del corpo – del corpo del bambino -, una rimozione che in fondo sostiene il lato dell'entrare della porta magica perché, inconsapevolmente o meno, il genitore non si attende altro. Continua riforma ed innovazione, come ricorda Gamelli, anche sollecitate da spinte emergenziali così definite, proposte ed alimentate dai media, hanno lasciato e lasciano fuori ciò che del bambino (poi adolescente) è il suo dato essenziale, il dato essenziale del suo essere e della sua esperienza, il come è nel mondo ed il suo strumento di conoscenza: il corpo. Questa particolare condizione, a ben vedere, non è recente, non è il frutto di una nuova impostazione nel modo di educare o di essere educatore-insegnante ma è un dato storico che affonda le sue radici molto lontano. L'avvento del pensiero logico, il superamento della cultura corpo comunitario (Umberto Galimberti: “Il corpo”, Feltrinelli, Milano, 2008), propone una concezione di corpo come entità anatomica e causa una scissione – una netta separazione – all'interno della quale la corporeità viene ad essere ridotta alla somma dei caratteri che qualificano l'oggetto corpo come limite, come ostacolo, come impedimento.

Una visione che viene ad enfatizzare l'inferiorità del corpo rispetto ciò che il pensiero è in grado di rappresentare: una impostazione che può ben definirsi dualista e che trova la sua origine nel pensiero di Platone. Nella cultura moderna, a partire da Cartesio (che ridefinisce ancora una visione dualistica mente – corpo), i corpi sono oggetti misurabili che occupano uno spazio, che hanno una loro estensione e, in quanto tali, sono entità soggette al determinismo delle leggi fisiche, descrivibili mediante lo studio di regole matematiche ed algoritmi: componenti discreti ed a stati finiti. Il corpo, organismo-macchina, può essere addestrato: il dominio della mente, la volontà, che da sole sono in grado di superare i limiti di cui prima si è parlato (perché è la stessa mente a concepire il corpo che usa come limitante), usano il corpo, imparano ad usarlo in modi diversi come strumento. Il piano dell'educazione è distinto e nettamente separato: è la mente che apprende, è la mente che elabora, cresce (non in senso materiale) e si forma; il corpo è una struttura, una piattaforma funzionale attraverso la quale il pensiero riceve informazione da elaborare e codificare.

A partire dagli anni '70, questa concezione dualistica si spinge oltre: sono gli anni in cui la scienza informatica inizia a produrre modelli che riproducono comportamenti o che tentano di simulare il pensiero umano. La scienza medica inizia a disporre di strumenti di studio e di lavoro che non sono più limitati all'indagine autoptica: lo scienziato del settore può esplorare l'organismo in vita e tentare di coglierne il funzionamento allargando l'orizzonte delle teorie che sostengono la marginalità e la quasi irrilevanza del corpo rispetto alla mente che viene addirittura vista come entità indipendente dallo stesso cervello ma allo stesso tempo condizionata e condizionante (Daniela Sarsini: “Il corpo in occidente”, Carocci Editore, Roma, 2005). Questo procedere si diffonde anche nelle teorie dell'educazione che pongono quale aspetto centrale dei loro modelli la così detta formazione razionale dove tutto questo si traduce in una pratica didattica guidata e sollecitata dagli adulti e, tutto sommato, finalizzata ad aumentare le scissioni corpo-mente trascurando completamente ogni valenza del concetto di corporeità. Nel corso dei secoli, l'attesa rispetto al risultato del percorso educativo, formativo, pedagogico si è sempre più orientata (consolidandosi in tale atteggiamento) verso l'educazione dei cervelli: il concetto di sistema pedagogico si è spesso tradotto nello strumento utile alla realizzazione di fini altri.

Forse non certo unico ma sicuramente uno dei più drammatici esempi in questo senso, è il sistema educativo della così detta Gioventù hitleriana dove la separazione mente – corpo si traduce da un lato nella preparazione dei corpi all'attività bellica attraverso l'addestramento militare e, dall'altro, la funzione di orientamento educativo si traduce in un vero e proprio indottrinamento dove la stessa mente, non più entità autonoma ed individuale, viene letteralmente programmata piuttosto che formata ed educata. Confini sottili le cui chiavi per oltrepassare le porte sono sempre e solo nel dominio degli adulti e dei loro interessi. Magda Goebbels, alla vigilia della disfatta nazista, uccide i propri figli: dispone dei loro corpi, è assassina delle loro anime. Tutto questo, l'estrema conseguenza del supporre e teorizzare una possibile e permanente scissione del corpo (strumento) dalla mente (individuo, motore ma anche essa stessa oggetto), della possibilità di addestrare corpi, della consapevolezza di educare cervelli, è il fondamento della “costruzione”, ad esempio, di un bambino soldato, di un bambino attentatore suicida, ma anche del futuro consumatore perfetto.

Una ulteriore considerazione riguarda il feedback che alimenta i modelli sociali ed il loro ritmo e che ritengo possa essere una possibile spiegazione di quanto sino ad ora esposto. In effetti i processi educativi (il sistema pedagogico ed i suoi modelli di riferimento) sono essi stessi parte integrante dei modelli e degli stili di vita di un determinato gruppo sociale. Come per ogni attività umana, dalla ricerca scientifica all'espressione artistica, il risultato o se vogliamo la proposta che implica la promessa di un dato risultato, corrisponde inevitabilmente ad una aspettativa, ad un realizzarsi atteso, ad un bisogno.

Allora é possibile pensare che nel corso dei secoli i modelli pedagogici si siano adeguati al bisogno del gruppo sociale proponendo via via una offerta in grado di soddisfare le attese, il bisogno, relative al fatto che il bambino educato corrispondesse quanto più possibile ad un modello ideale (o atteso) di futuro adulto. Una società rurale e contadina, il cui quotidiano poteva considerarsi centrato per la maggior parte della popolazione sulla soddisfazione di bisogni primari, non aveva necessità se non di corpi da destinare alla produzione o alla difesa del territorio. Solo una minima parte della risorsa “cervello” doveva essere educata per essere destinata alla soddisfazione delle esigenze, ad esempio, amministrative. Tutto sommato in perfetta armonia con il modello politico-sociale che verrà messo in discussione con la rivoluzione francese. Di lì a poco il modello dualistico troverà un ulteriore impulso nella così detta società industriale, nel capitalismo (e nella sua contrapposizione verso modelli sociali differenti) ed al consumismo lasciando aperti ampi spazi alle aberrazioni più spietate.

Con un di più di enorme rilievo rispetto ad una società il cui fare è orientato alla soddisfazione di bisogni primari: la società non più industrializzata ma industriale per poter essere ha necessità di produrre consumando risorse secondo un ciclo continuo, non può fermarsi, non può concedersi tempo in un ritmo del tutto innaturale. Ma la soddisfazione del bisogno primario, specie con know-how e standard produttivi elevati, è presto raggiunta e per sopravvivere, per continuare a pulsare, la società industriale deve produrre oltre che beni anche bisogni: la scienza del marketing è la scienza della costruzione del bisogno indotto. Ad esempio, guardando al corpo ed alla distorsione industriale nella quale la società contemporanea lo scaraventa, Galimberti – a proposito della moda – osserva: “nella nostra società, infatti, che più non conosce il corpo di fatica ed il corpo di riproduzione, ogni corpo liberato è liberato solo perché è già stato catturato dalla rete del mercato e dall'ordine delle sue parole, che la moda diffonde allucinando il desiderio con bisogni da soddisfare quali la bellezza, la giovinezza, la salute, la sessualità che poi sono i nuovi valori da vendere. Così mobilitato dalle ingiunzioni della moda, il corpo diventa quell'istanza gloriosa, quel santuario ideologico in cui l'uomo consuma gli ultimi resti della sua alienazione”.

E' il fuori il cui confine è rappresentato dalla “porta magica”, un fuori, un luogo ed uno spazio in cui il corpo è sempre, o quasi sempre, strumento attraverso il quale, necessariamente, si possono ottenere (acquistare nel senso letterale della parola) status come rappresentazioni dell'apparire e dell'essere immagine rappresentata piuttosto che persona, piuttosto che soggetto unico ed irripetibile, piuttosto che essere anche nella corporeità e nel suo ritmo naturale. Quindi corpo come oggetto che può e deve essere modificato prescindendo dalla sua natura intima, perché sia strumento efficiente e soddisfacente della mente che lo usa.

Con un tempo la cui scansione è lontana dal ritmo proprio dell'essere, dell'essere naturale. Con un tempo la cui scansione é rimessa all'allestimento di una vetrina, all'esaurimento di un prodotto, al lancio di un nuovo prodotto o, ancor peggio, alla febbrile attesa che questo avvenga (è uno dei concetti proposti da Jean Baudrillard). Corpi “così”, che appaiono sulla soglia della “porta magica” per lasciare – affidare – altri corpi “così”.....