Io non avevo il cellulare! La cura e la relazione educativa
« il: Ottobre 01, 2013, 10:26:06 am »
Giovanni, impiegato comunale e papà di uno dei bimbi che frequenta il nido racconta – in occasione di una serata laboratorio - alcuni ricordi della sua infanzia: “Al termine delle lezioni, quelle di seconda elementare, passavo a prendere mio fratello all'uscita dell'asilo e, insieme, andavamo verso casa.

Ci aspettava la signora Lorenza, la moglie dell'inquilino del piano terreno, con la pasta al sugo appena fatta. Appena finivamo di mangiare io facevo velocemente i compiti e poi correvo a chiamare Manuele il ragazzino che abitava nell'appartamento di fronte alla signora Lorenza. Ci mettevamo a giocare nel giardino di casa sua aspettando che mio fratello si svegliasse dal riposino pomeridiano: era ancora piccolo!

Più o meno alle tre e mezza, tutti e tre scavalcavamo il recinto del giardino e andavamo verso i ruderi della vecchia fabbrica di mattoni dove ci aspettavano gli amichetti, anche quelli di mio fratello.

Verso le cinque, più o meno tutti i giorni, la signora Lorenza arrivava sul piazzale delle fabbrica con il suo cesto pieno di fette di pane burro e zucchero o, ed era una gran festa, pane burro e miele; ci guardava con un espressione seria ma sotto sotto si vedeva che rideva anche lei vedendoci tutti rossi di polvere di terracotta.

Aspettava sempre che tutti avessero finito la merenda poi, riprendendo il cesto, si allontanava dicendo: “Vostra madre è arrivata a casa, cerchiamo di non farla stare troppo in pensiero”.

A forza di correre e nasconderci, a furia di gavettoni e di improvvise pause per consolare qualche “piccoletto” che si era fatto male inciampando o che si era spaventato per qualche gioco bizzarro arrivava il tramonto e la fame: era ora di tornare a casa, cercando di nascondere qualche livido o le scarpe “buone” rotte o macchiate.

Non c'erano orologi, non c'erano cellulari che squillavano, c'era solo il tempo, il ritmo del fiatone e il salato del sudore che faceva strizzare gli occhi anche in pieno gennaio. C'erano i tre anni dei piccoletti ed i trenta di mia madre, i sessanta della signora Lorenza e i quasi settanta del signor Giovanni, il portiere dello stabile, che non ci perdeva mai di vista, che ci rimproverava quando le marachelle erano troppo e che ci dava “qualche consiglio” quando non ne facevamo”.

Una cura diffusa, condivisa e non certo delegata. Forse più vera, fuori da schemi e strutture preordinate come il gioco nella vecchia fabbrica: oltre la recinzione del giardino, lontano dalle regole dei grandi.

Oggi, proprio nel contesto che può essere osservato dal vivere un nido d'infanzia, ci si rende conto di essere proiettati in un vero e proprio sistema di vita all'interno del quale il termine cura è stato ampiamente sostituito dal termine routine dove lo stesso assume il senso di procedura, sequenza di istruzioni da ripetersi all'infinito.

Un sistema in cui anche la prospettiva semantica ha avuto il suo ruolo, specie riguardo – e proprio – al termine cura più riferito all'applicazione di schemi e procedure mediche che altro, almeno fino al momento in cui è mutata la rigida concettualizzazione delle routine più correttamente intese come veri e proprio momenti all'interno dei quali tempo e cura assumono il senso di sottofondo del rapporto educatrice/bambino.

Educare dunque, come momento di realizzazione di una speranza futura che si realizza attraverso il giusto bilanciamento tra “programmazione ed istituzionalizzazione” (da riscontrarsi anche nell'oggettiva concezione di routine) e cura intesa come plusvalore dell'aiutare a crescere, cura che si manifesta attraverso una differente impostazione della “vita” all'interno del nido.

Guardando ai racconti di una infanzia non troppo lontana e vissuta nei “luoghi” oggi spesso “”, è possibile rendersi conto come sia necessario quantomeno recuperare anche una diversa dimensione spaziale all'interno della quale la corporeità – la relazione corporea – possa esplicarsi e crescere in contesti non strutturati più vicini alla “fabbrica di mattoni” che ad una palestra o ad un “campo di addestramento”.

Sembra quindi necessaria, all'interno del nido, una nuova prospettiva interpretativa (non solo semantica) dei concetti di routine, cura e spazio (dimensione spaziale) che consenta la realizzazione di quella corporeità propria, cioè quella del bambino, in una relazione educativa/evolutiva (il divenire) con la corporeità possibile propria dell'adulto basata su rapporti complessi che non possono essere ridotti esclusivamente al rapporto bambino/educatrice, a ritmi meccanici e preordinati, a spazi delimitati e contesti iperstrutturati, che in fondo, non possono essere ricondotti al “ritmo” di un sofisticato telefono cellulare.