Lontani, persi, privi di corpo, prigionieri.
« il: Ottobre 01, 2013, 10:27:33 am »
Drogato di internet, a salvarlo arriva la polizia Perennemente incollato al computer, un sedicenne viveva un'esistenza virtuale: senza cibo, senza contatti con l'esterno. Disperati i genitori hanno chiesto aiuto ai servizi socio-sanitari: ora è ricoverato in ospedale per la disintossicazione. Il Giornale, giovedì 8 luglio 2010

Ferrara, ossessivi con quel bimbo: condannati a 3 anni madre e nonni Voleva crescere il piccolo al riparo da ogni rischio ma lo ha reso incapace di ogni autonomia: a 13 anni non riesce ancora a camminare bene. La Stampa, 15 aprile 2004

Cervello:bimbi, i genitori iperprotettivi ne soffocano la crescita I genitori iperprotettivi possono soffocare anche la crescita del cervello dei propri figli, soprattutto in alcune aree neurali che peraltro sono legate a malattie mentali come la schizofrenia e i disturbi dell'umore Il Giornale, martedì 20 luglio 2010

Tre articoli, solo tre, dei numerosissimi che appaiono con cadenza sconcertante all'interno dei quotidiani. Ma non sono solo gli ultimi dieci anni. Già Francois Truffaut nel film “L'argent de poche” (1975 – Gli anni in tasca) propone uno spaccato in cui il bambino non è più riconosciuto: genitori trasportati nel vortice del fare trascurano i propri figli in situazioni a dir poco assurde. Il bambino che cade dalla finestra salvandosi miracolosamente è uno degli esempi di Truffaut. In tutto il film, bimbi lasciati soli adottano comportamenti che lasciano senza parole. Sono semplicemente quello che sono e reagiscono nei modi più svariati.

La scena in cui Silvie viene letteralmente abbandonata è uno degli altri eclatanti esempi.

La famiglia, medio borghese, è pronta per recarsi al ristorante, ma la piccola Silvie vuole portare la borsetta a forma di pupazzo. Non ascolta nessuna delle rimostranze della madre, neanche il tentativo di mediazione del padre che le offre in cambio del gioco (da bambina) una borsetta della mamma: “una vera borsa da donna, così ti prenderanno per mia moglie, sei contenta?”. Silvie viene lasciata sola a casa dai genitori che “stanno facendo tardi” e decide di prendere un megafono per urlare dalla finestra “ho fame, ho fame”.

Anche Ettore Scola propone, quasi negli stessi anni, la visione di un infanzia “deprivata”. Sono le immagini del file “Brutti, Sporchi e Cattivi” per la regia di Carlo Ponti. In una Roma anni '70, il non luogo è una baraccopoli a poche decine di metri da un quartiere residenziale, in vista della Città del Vaticano. I ritmi di vita dei “baraccati”, in un assurdo contrario, sono gli stessi del mondo normale: all'interno della baraccopoli c'è addirittura un piccolo nido, una prigione costruita con reti di letto e pezzi di lamiera nella quale i piccoli vengono rinchiusi nel momento in cui i genitori vanno a “lavorare”. Il ritmo della povertà è lo stesso dello sfavillante orologio al polso del papà di passaggio al nido dove lascerà il proprio figlio alle cure dell'educatrice. Bambini corpo/oggetto che, in vario modo, sono letteralmente collocati, nello spazio e nel tempo, a misura delle esigenze degli adulti.

Bambini, che in una diffusa prospettiva, devono essere educati a “collocarsi” in modo da non interferire con le attività degli adulti, devono essere educati a sopprimere o a trascurare le naturali manifestazioni proprio del loro essere bambini.

Corpo, fisicità del gioco o anche lo stesso concetto di corporeità, di relazione attraverso l'espressione del corpo (come propria conoscenza e come conoscenza da e verso gli altri) devono essere sostituiti con concetti più “appropriati” ed uniformi al sentire sociale. Baudrillard (nel 1970) rifletteva sul corpo proponendo, crudamente, la nuova semantica dell'essere sociale: “..essere belle non è più un effetto di natura, né un sovrappiù delle qualità morali. E' la qualità fondamentale, imperativa di colei che cura il proprio viso e la propria linea come se fosse la sua anima. Segno di elezione al livello del corpo, così come lo è la riuscita negli affari”, invece – a proposito del tempo, del ritmo - “..del tempo libero si può dire quando si ha il tempo, ecco che non è già più libero. E' la contraddizione non è più nei termini, è invece di fondo. E' là il paradosso tragico del consumo. In ogni oggetto posseduto, consumato, come in ogni minuto di tempo libero, ogni uomo vuol far passare, crede di aver fatto passare il proprio desiderio – ma in ciascun oggetto di cui si è appropriato, in ciascuna soddisfazione raggiunta, come in ciascun minuto disponibile, il desiderio è già assente, necessariamente assente”. Dunque bambini persi e dimenticati nel loro essere a causa di modelli sociali che li vorrebbero parte integrante di un circuito di possesso e consumo in cui ogni cosa è ridotta alla disponibilità dell'acquisto, bambini lontani dal loro poter essere naturale, privati del corpo e della sua espressione in favore di attività compatibili con il “mondo degli adulti” al quel devono rapidamente adeguarsi ed imparare ad adeguarsi.

Bambini letteralmente imprigionati, costretti perché i loro genitori hanno completamente perso ogni relazione con la dimensione corporea della vita, perché hanno perso il ritmo naturale del loro respiro. Bambini che patiscono anche la sostituzione e l'indirizzo nel giocare (Anna Venera: “Come la pubblicità influenza i bambini, come i bambini influenzano gli acquisti”), nell'esprimersi e nell'apprendere attraverso il gioco: nel film di Scola all'interno del nido-prigione, almeno, compare una palla, si vede una corsa, uno spruzzo d'acqua, l'accapigliarsi. Quarantanni dopo le barriere della prigione non ci sono più, non appaiono più nella loro materialità ma sono diventate virtuali, virtuali ma molto più forti e resistenti.

Barriere che il bambino deve assurdamente imparare a sollevare quando il genitore lo richiede: Tamagochi, videogiochi, computer (Umberto Galimberti: “I miti del nostro tempo”, Feltrinelli, Milano, 2009) e quant'altro si disvelano barriere ed allo stesso tempo “sistemi educativi” che consentono al bambino di “sperimentare” il ritmo di vita che l'adulto si attende ma con il verificarsi della situazione paradossale nella quale il bambino raggiunge precocemente una padronanza tale dello strumento che si trova a superare l'adulto (Paola Manuzzi: “Pedagogia del gioco e dell'animazione: riflessioni teoriche e tracce operative”, Guerini Studio, Varese, 2009). Ritengo che l'origine di questo contesto, drammatico e contraddittorio, debba essere ricercata in una specie di circolo perverso che – nel corso degli anni – ha visto l'intreccio continuo ed infinito (anche riguardo il contesto educativo) di spinte e semplificazioni inaccettabili. Galimberti osserva come: “a differenza delle idee che pensiamo, i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi non logici, ma psicologici, e quindi radicati nel fondo della nostra anima, dove anche la luce della ragione fatica a far giungere il suo raggio. E' questo perché i miti sono idee semplici che noi abbiamo mitizzato perché sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, togliendo ogni dubbio alla nostra visione del mondo che, non più sollecitata dall'inquietudine delle domande, tranquillizza le nostre coscienze beate che, rinunciando al rischio dell'interrogazione, confondono la sincerità dell'adesione con la profondità del sonno”. Una società permeata da miti che alimentano ritmi ed esigenze innaturali nelle quali le realtà del corpo devono essere modificate o soppresse: madri che non possono prendersi cura dei loro figli perché non hanno tempo ma che, all'opposto, opprimono con cure morbose (somministrate solo per una gratificazione personale) a tal punto da realizzare conseguenze devastanti. Genitori che per la loro tranquillità proiettano la mente dei loro figli in mondi virtuali attraverso il gioco tecnologico per poi vivere in modo drammatico la scoperta che il loro bambino è un corpo vuoto, simbionte di un personal computer. Genitori che, per poter essere riconosciuti dai loro pari, trasferiscono il dominio dell'apparenza sul corpo dei loro figli tentando di trasformarli nelle copie ambulanti dei manichini esposti nelle vetrine dei più costosi negozi di abbigliamento. Credo che l'elenco di questo tipo di osservazioni sia davvero infinito. In questa anestetizzazione continua, in questo sonno in cui gran parte della società sembra sprofondare continuamente ritengo che anche alcuni modelli e teoremi pedagogici possano avere, o possano aver avuto, un contributo determinante al perpetuarsi di una visione deterministica ed asettica dell'essere, e dell'essere bambino con un corpo bambino, in cui la persona è spesso vista come un perfetto sistema cellulare, organizzato e progettato per un dover apparire o “essere adeguato a” che altro, all'interno di modelli sociali e culturali che già – ad esempio – nel gioco della prima infanzia sembrano predisporre ad un futuro fatto di un agire attraverso, fatto di una relazione mediata dallo strumento tecnologico dove la relazione non è più corporea ma elettrica, acustica, meccanica, visiva, frammentata, filtrata, virtuale, pubblicizzata.