Il bullismo come fenomeno indicatore del disagio del bambino
« il: Ottobre 01, 2013, 10:50:27 am »
Comprendere a fondo il termine bullismo è la premessa per dare il giusto peso e l'altrettanto giusta risposta davanti alle descrizioni i di un disagio manifestato da un bambino che racconta di essere stato maltrattato o aggredito nell'ambiente scolastico.

Allo stesso modo la comprensione di quanto sotteso a questo termine (che potrebbe anche riportare a qualche immagine vagamente accettabile di una condotta sopra le righe) è utile, nella prospettiva opposta, per rilevare e capire gli indicatori di disagio (ambientale, psicologico e quant'altro) che possono aver portato il bambino (l'adolescente, il ragazzo) ad esternare la propria condizione attraverso comportamenti aggressivi o violenti nei confronti del gruppo dei pari.

Comprendere per non cadere nella facile condizione di attribuire, in prospettive eccessivamente apprensive, l'etichetta di bullo a bambini che – casomai – vivono una delicata fase della loro vita (problemi familiari, elaborazione di un lutto e quant'altro) e che manifestano al momento ed episodicamente, vulnerabilità o particolari suscettibilità con reazioni contingenti apparentemente anomale. E questo anche nella prospettiva (forse ancora più facile) di attribuire condizioni di disagio all'essere vittima di un bullo, magari ad occultare così responsabilità e condizioni ben differenti.

Queste valutazioni, in concreto, non possono però essere effettuate dal singolo genitore (o altra figura) che si imbatta in quello che ritiene un comportamento anomalo del bambino: la diagnosi (perché di questo si tratta) deve essere effettuata solo ed esclusivamente da personale specializzato in grado di valutare appieno e con precisione il profilo e la personalità del bambino ritenuto bullo o della sua vittima. Non una semplice valutazione di fatti, ma un vero e proprio iter diagnostico destinato a tradursi in un percorso di recupero per tutte le figure coinvolte. Quindi le indicazioni di seguito fornite possono essere considerate solo come un primo filtro... valutazioni compiute non possono e non competono che a sedi differenti!

Il bullo, dunque (specularmente al propria vittima o le proprie vittime dove possono anche considerarsi gli appartenenti ad un eventuale gruppo di cui il bullo appare essere il leader) o meglio il comportamento del bullo (in età preadolescenziale o adolescenziale) si manifesta attraverso precisi indicatori comportamentali qui esposti in sintesi:

atteggiamenti di aggressività verbale (insulti, denigrazioni, derisione)
atteggiamenti di aggressività e violenza fisica (botte, spinte, calci)
comportamenti di violenza (fisica e psicologica) nei confronti del soggetto identificato come vittima che sfociano in un comportamento complessivo abusante
comportamento tale da mantenere, attraverso i comportamenti prima descritti, una assimetria di potere tale da soggiogare la vittima (le vittime o il gruppo di cui è leader)
Per poter ragionevolmente supporre l'esistenza del fenomeno è necessario che gli indicatori siano presenti e che, soprattutto, possa ravvisarsi intenzionalità, reale asimmetria della relazione e costanza temporale degli eventi: non può essere qualificato bullo il ragazzino che partecipa, ad esempio, al singolo episodio di lotta o ad una lite con scambio di insulti!

Ad oggi il bullismo è stato classificato secondo quattro principali modalità di realizzazione: fisico e diretto (dove prevalgono atteggiamenti di tipo fisico) che coinvolge prevalentemente maschi, verbale ed indiretto (che coinvolge soprattutto femmine), psicologico dove l'asimmetria della relazione sfocia in un abuso di tipo psicologico e cyberbullismo che si realizza – ad esempio – attraverso l'invio di immagini della vittima (che non vuole essere ripresa) attraverso mms o social network (una persecuzione digitale insomma).

Riguardo alla vittima (ferme le considerazioni già fatte sulla corretta interpretazione e diagnosi del fenomeno) questa presenta la caratteristica peculiare di non riuscire a sottrarsi alla relazione deviante che il bullo intende stabilire con la conseguenza che lo stesso trova in tale atteggiamento ulteriore motivo di rafforzamento della sua condotta che, in casi estremi, può giungere a spingere la vittima ad attuare propositi suicidiari.

Riguardo all'origine del fenomeno può rilevarsi come questo sia effettivamente multifattoriale e possa anche essere di tipo reattivo rispetto a particolari vissuti del bullo (contesto familiare, violenza assistita ecc.) e come tenda a manifestarsi nei contesti più svariati (scuola, palestra, relazione amicale di gruppo ecc.) dove però – tratto comune – è sempre consentita la pubblicità dell'essere bullo e questo al fine (malsano) di procurare un miglioramento della condizione di potere affermata dal bullo.

E' dunque importante la conoscenza precisa e la non sottovalutazione di un fenomeno articolato e diffuso, nell'ambito scolastico questo implica una forte e serena interazione tra genitori ed operatori al fine di consentire l'immediato intervento nei confronti sia della vittima sia del bullo al fine di intraprendere gli opportuni percorsi di sostegno e rieducazione ma anche al fine di rimuovere quelle cause che spesso sono correlate al disagio di origine intrafamiliare.