Paola Popolla

L’attività umana dell’essere genitori richiede un duro lavoro, sforzi costanti e continui ed implica una grande responsabilità nei confronti dei figli; «fare il genitore con successo è una chiave di volta per la salute mentale delle nuove generazioni». Quando i genitori rispondono ai bisogni del bambino, fornendogli le cure (caregivers) di cui ha bisogno, gli offrono la possibilità di organizzare la vita come escursioni; avendo un porto sicuro dal quale partire, il bambino si apre all’esplorazione del mondo sapendo che, nelle tempeste, può sempre rientrare nel suo porto. È nell’equilibrio dinamico tra allontanamento e avvicinamento che si sperimenta il benessere. Questi concetti sono alla base della teoria dell’attaccamento proposta da Bowlby. L’attaccamento è un sistema motivazionale fondamentale nello sviluppo del bambino, il cui fine è quello di creare una relazione specifica con la figura materna. La motivazione di attaccamento è primaria e non secondaria; ciò significa che in ogni essere umano c’è una tendenza innata, non appresa, a ricercare un legame con una figura, detta figura di attaccamento, soprattutto nei momenti di bisogno. La relazione di attaccamento, infatti, ha tre funzioni particolari:

ricercare e mantenere la vicinanza e il contatto;
offrire conforto e sostegno (rifugio sicuro);
garantire la sicurezza (base sicura).
In riferimento all’attaccamento, è importante distinguere tre concetti fondamentali:

Comportamento di attaccamento: è il comportamento osservabile che il bambino mette in atto nella relazione per richiamare la figura di accudimento; resta attivo per tutta la vita ed ha la funzione biologica della protezione;
Sistema comportamentale di attaccamento: non si vede ed è la base biologica (nel Sistema Nervoso Centrale) del comportamento di attaccamento;
Legame di attaccamento: la relazione che il bambino crea con la figura principale che si prende cura di lui.
Pur riconoscendo la necessità di avere una visione multicausale e multidirezionale per poter considerare la pluralità di fattori che intervengono nel corso dello sviluppo, è pur vero che l’attaccamento ha un ruolo di primaria importanza: le interazioni tra il bambino e la figura di accudimento nell’arco del primo anno di vita influenzano l’intero percorso evolutivo poiché, a partire da queste, il bambino si crea delle rappresentazioni mentali (Modelli Operativi Interni) che permangono piuttosto stabili nel tempo. Queste rappresentazioni mentali interne includono la rappresentazione che il bambino ha di sé, della figura di accudimento oltre che della relazione tra loro; essi «governano i suoi sentimenti verso se stesso e verso i propri genitori, come si aspetta che ciascuno di loro lo tratti e come progetta il proprio comportamento nei loro confronti». È sulla base di tali modelli che si affrontano le future interazioni. In questa prospettiva si comprende, dunque, quanto sia centrale il ruolo che i genitori svolgono nell’influenzare lo sviluppo dei propri figli. Se, ad esempio, la figura di riferimento è sensibile, accogliente e disponibile emotivamente, comunica in modo aperto e libero sentimenti e affetti, comprende i bisogni del bambino e risponde a questi è possibile che il bambino sviluppi una forma di attaccamento sicuro e quindi è in grado di ricercare conforto, esplorare l’ambiente, regolare il proprio comportamento in modo coerente alle proprie emozioni. Quando invece la figura di accudimento è poco disponibile, incapace di comprendere e quindi rispondere ai bisogni del bambino si può sviluppare un attaccamento ansioso-evitante, facendo sì che il bambino blocchi il contatto relazionale. Quando la figura di accudimento è incostante e imprevedibile il bambino prova rabbia, angoscia e diventa dipendente verso una figura inaffidabile (attaccamento ansioso-resistente). C’è poi una forma di attaccamento, detto disorganizzato, in cui vengono messi in atto comportamenti contraddittori tra loro, a volte bizzarri.

Quest’ultima classificazione è quella maggiormente considerata a rischio per lo sviluppo di una psicopatologia; in linea con la prospettiva evoluzionistica, infatti, la mancanza di prevedibilità e protezione nell’ambiente in cui si vive può ostacolare il percorso evolutivo. Le esperienza interpersonali, dunque, sono particolarmente influenti nello sviluppo, inteso come «il risultato dell’interazione dinamica, continua e ricorsiva tra il bambino in ogni fase della vita e l’esperienza fornita dalla famiglia e dal contesto sociale più allargato».

Le determinanti genetiche e le variabili ambientali interagiscono nel percorso di sviluppo e pertanto interazioni di accudimento inopportune, anormali o assenti nelle prime fasi della vita possono apportare problematiche di attaccamento che si connotano come casi particolari di deprivazioni e come tali possono interferire nello sviluppo del potenziale genetico per un funzionamento socioemotivo sano. Infatti, «la deprivazione di cure materne rappresenta una fonte di “stimoli ambientali stressanti” per lo sviluppo e la maturazione dei circuiti neurali […] e le fonti di stress pre o postnatali influenzano negativamente la salute mentale in età successive, in particolare quando vengono a mancare le cure materne». L’attaccamento, dunque, ha la forza di alterare la normale traiettoria evolutiva con possibili effetti duraturi.

Così Felitti e collaboratori (2001) introducono il concetto di Esperienze Sfavorevoli Infantili (ESI), ovvero «quell’insieme di situazioni vissute nell’infanzia che incidono significativamente sui processi di attaccamento e che si possono definire come “incidenti di percorso” negativi più o meno cronici rispetto all’ideale percorso evolutivo sia sul piano personale che relazionale». In particolare Felitti et al. hanno rilevato che l’aver vissuto tali esperienze nell’infanzia può far aumentare il rischio di mortalità a causa di gravi patologie fisiche quali l’ischemia cardiaca, il cancro, l’infarto, la bronchite cronica, l’enfisema, il diabete, le fratture ossee e l’epatite.

Bibliografia
Bowlby, J. (1969). Attaccamento e perdita. Vol. I: L’attaccamento alla madre. Torino: Bollati Boringhieri.
Bowlby, J. (1988). Una base sicura. Applicazioni cliniche della teoria dell’attaccamento. Milano: Raffaello Cortina.
Felitti, V.J. et al. (2001). Relationship of childhood abuse and household dysfunction to many of the leading causes of death in adults, in Franey, K. et al. (Eds.). The cost of child maltreatment: who pays? We all do. S. Diego, CA: Family Violence and Sexual Assault Institute.
Malacrea, M. (2012). Esperienze Sfavorevoli Infantili. Le premesse teoriche. (11.02.2012)
Ortu, F., Pazzagli, C. & Williams, R. (2005). La psicologia contemporanea e la teoria dell’attaccamento. Roma: Carocci.
Perry, B.D. (2009). Esperienza infantile ed espressione del potenziale genetico. Cosa ci dice la trascuratezza del bambino sulla controversia natura-ambiente, in Williams, R. (Ed.). Trauma e relazione. Le prospettive scientifiche e cliniche contemporanee. Milano: Raffaello Cortina, 63-87.
Schore, A.N. (2009). La disregolazione dell’emisfero destro. Attaccamento traumatico e psicopatogenesi del disturbo post-traumatico da stress, in Williams, R. (Ed.). Trauma e relazione. Le prospettive scientifiche e cliniche contemporanee. Milano: Raffaello Cortina, 89-136.

Dott.ssa Paola Popolla - Psicologa, Psicoterapeuta dell'età evolutiva, Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Roma

Dott.ssa Rossella Greco