Paola Popolla

L’importanza del gioco nello sviluppo del bambino
« il: Ottobre 01, 2013, 11:00:51 am »
L’interesse per il gioco è stato sempre presente lungo i secoli, ne ribadiscono l’importanza già Platone, Aristotele e Tommaso D’Aquino nel Medioevo. Winnicott (1971) scrive “E’ nel giocare e soltanto mentre gioca che l’individuo, bambino o adulto, è in grado di essere creativo e di fare uso dell’intera personalità, ed è solo nell’essere creativo che l’individuo scopre il sé. […] Sulla base del gioco viene costruita l’intera esistenza dell’uomo come esperienza”. Il gioco può considerarsi un bisogno fondamentale dell’infanzia, un’esigenza che se adeguatamente soddisfatta riveste una funzione strutturante l’intera personalità.

Anna Freud (1963; 1965) attribuisce al gioco una funzione evolutiva: attraverso di esso il bambino è spinto verso l’autonomia e ha la possibilità di sperimentare una sempre maggiore fiducia in se stessi ed una più ampia socializzazione. Secondo Anna Freud il gioco costituisce un indicatore dello stadio di sviluppo del bambino e ne individua:

Giochi autoerotici: costituiscono i primi giochi del bambino, finalizzati alla ricerca di piacere; coinvolgono la bocca, le manine, la vista, l’intera superficie del corpo proprio e materno, il quale ancora non è percepito come distinto;
Giochi su oggetti transizionali: il bambino cerca un oggetto le cui proprietà siano tali da poter esser riferite al corpo della madre e/o al proprio; sono oggetti che ripropongono le qualità desiderate (per esempio oggetti morbidi, come un orsacchiotto, un cuscino, una copertina). Questi rappresentano lo spazio intermedio, potenziale, tra il bambino e la madre e sono funzionali al superamento dell’angoscia derivante dalla scoperta della separazione dalla madre percepita ora come “non- me”;
Ricerca di giocattoli morbidi: l’attaccamento verso uno specifico oggetto viene spostata verso una ricerca più generica di oggetti morbidi. Questi sono utilizzati per esprimere la propria ambivalenza, il proprio amore ed odio, vengono così vezzeggiati e maltrattati;
Giochi che servono all’attività dell’Io: progressivamente il bambino sposta il suo interesse verso dei giocattoli che servono alle attività dell’Io e alle fantasie sottostanti. Sono giochi che consentono attività come riempire- svuotare, aprire- chiudere, costruire- distruggere, oppure che consentono la sperimentazione di attività motorie piacevoli e l’espressione di tendenze ed atteggiamenti maschili e femminili;
Giochi che stimolano il gusto dell’impegno e del prodotto finito: l’attività ludica non è più solo al servizio dell’Io ma c’è anche il piacere della riuscita nel completare un compito e nel vantarsene con i propri genitori;
Giochi che richiedono capacità di lavorare: il principio di piacere lascia il posto a quello di realtà. Ciò significa controllo della distruttività e la capacità di usare il materiale in modo costruttivo rinunciando al piacere immediato.
Tali modalità di gioco sono connesse allo sviluppo emotivo del bambino che si articola durante la sua crescita e che segna il passaggio dal principio di piacere al principio di realtà e dalla dipendenza assoluta ad una progressiva autonomia.

0 - 1 anno

il bambino gioca con il proprio corpo, con quello materno e con i vari oggetti circostanti, agita le mani muove le gambe, afferra e manipola tutto quanto riesce a raggiungere con le manine. Verso i 6/7 mesi batte ripetutamente ogni oggetto per sollecitare ed animare il mondo esterno percepito come non sé. Intorno ai 6 mesi compaiono gli oggetti transizionali, e verso la fine del primo anno il bambino si diverte a spingere un oggetto contro l’altro, ad infilare anelli su supporti verticali, a combinare contenuto/contenitore, a dare un gioco ad un adulto e subito a riprenderlo, a coprire il volto proprio e della madre e a scoprirlo.

2 anni

Si fa insistente il gioco del lanciare un oggetto e farselo restituire nel tentativo di elaborare l’angoscia connessa ai fantasmi di unione e separazione nei confronti della madre. Il bambino inizia ad imparare a giocare da solo e prova piacere nel farlo accanto ad altri bambini che giocano come lui (gioco parallelo).

3 anni

Costituisce il preludio alla socializzazione del gioco, inizia a comparire il piacere di imitare i comportamenti degli adulti, il divertirsi a indossare gli indumenti paterni e materni.

4/5 anni

Emergono i giochi in cui il bambino drammatizza le dinamiche interne che sta vivendo, come ad esempio il gioco con la bambola, il gioco del dottore, nascondino. Attraverso di essi il bambino mette in scena una proibizione o una punizione subita.

Dai 6 ai 10 anni in poi

Compaiono i giochi di gruppo e si scoprono le regole, il bambino avvia un processo per stabilire un equilibrio tra il soddisfacimento dei bisogni dell’Io e il riconoscimento delle regole della vita sociale.

Il gioco è un mezzo per comunicare, rappresentare il mondo interno, drammatizzare la sofferenza e scaricare le tensioni, modularle ed elaborarle. Inoltre l’attività ludica costituisce il modo di apprendere dei bambini, stimola le capacità attentive, il ragionamento, si strutturano gli schemi percettivi e motori, si attiva la memoria, la capacità di confronto e di relazione. Secondo Piaget (1945) il gioco è “essenzialmente assimilazione”, per cui tutte le nuove esperienze ed informazioni provenienti dall’attività ludica e quindi dal mondo esterno vengono ad includersi nei propri schemi conoscitivi preesistenti.

Il bambino si sviluppa e cresce attraverso il gioco, il bambino “è capace, se è circondato da un ambiente ragionevolmente favorevole e stabile, di sviluppare un suo personale sistema di vita, e alla fine, di diventare un essere umano completo, che viene amato per quello che è e accettato dal mondo in generale” (Winnicott, 1946). La partecipazione empatica dei genitori ai giochi del proprio figlio, soprattutto nei primi anni di vita, è una possibilità importante per il suo sviluppo, gli consente di trasformare le proprie emozioni negative e gli permette di imparare a gestirle autonomamente.

Lo avvia al sentimento di esistere, di essere riconosciuto ed accettato per quello che è, e quindi al senso di fiducia in se stesso e negli altri, è un modo per verificare che è importante agli occhi del genitore e che su di lui può contare. (Castellazzi, 2000).

Dott.ssa Paola Popolla - Psicologa, Psicoterapeuta dell'età evolutiva, Giudice Onorario presso il Tribunale per i Minorenni di Roma

Dott.ssa M. Fabiana Briganti - Psicologa Clinica, Esperta in Psicodiagnostica dell'età adulta e dell'età evolutiva