Francesco Paternostro

Purtroppo siamo abituati ad identificare, quando si riesce a parlarne, il termine mobbing con qualcosa che accade sul luogo di lavoro: la tale persona è vittima di mobbing per le angherie subite da quel tal collega oppure da parte del suo superiore... e via con una veramente infinita casistica via via specificata dall'attività di giudici ed avvocati.

Fenomeno di tale rilevanza (nel senso di capacità di produrre effetti negativi e di disagio psicologico grave nella vittima) e di tale diffusione che – oggi – esistono centri medici destinati solo ed esclusivamente a fornire assistenza e cura alla vittima.

Ma il mobbing (inteso come complesso di comportamenti verso un determinato soggetto) non è un fenomeno caratteristico solo dell'ambito lavorativo... può essere considerato mobbing il comportamento del bullo nei confronti della propria vittima, quindi – ad esempio – all'interno di un contesto scolastico, di una palestra e così via. Esiste (e non c'è da sorprendersi) anche un mobbing familiare.

Come per il mobbing tradizionalmente inteso, anche l'esistenza di una condizione di mobbing familiare non può essere dedotta dal verificarsi di un singolo episodi che, semmai, potrebbe avere autonoma rilevanza ma, piuttosto, deve trattarsi della concomitanza di una serie di comportamenti di un coniuge nei confronti dell'altro ripetuti nel tempo (settimane, mesi) e produttivi di effetti caratteristici.

Non è mobbing, ad esempio, il ripersi di alterchi (anche pesanti) che tuttavia non producono alcun effetto se non una contingente rabbia o agitazione destinata a risolversi in breve: alle volte potrebbe essere il sale della vita di coppia qualora non identifichi – invece - la presenza di legami patologici.

Nel mobbing coniugale (come nelle altre figure di mobbing proprie di altri contesti) si può identificare – nel presupposto della caratterizzazione del comportamento e della sua ripetizione e costanza temporale – un coniuge che assume la veste del mobber (colui che agisce il comportamento mobbizzante) ed un coniuge mobbizzato posto in una condizione di totale sudditanza e sottomissione psicologica nei confronti del primo.

Infatti, effetto caratteristico del mobbing intrafamiliare, è una crescente lesione dell'autostima del coniuge vittima (o mobbizzato) che perde totalmente la capacità di ribellarsi e di denunciare la propria condizione al pari del comportamento di vittime di altri comportamenti profondamente lesivi della sfera psichica del soggetto (ad esempio violenza sessuale).

Il mobber, inoltre, pone in essere l'attuazione di un vero e proprio progetto finalizzato all'allontanamento del coniuge: insulti, denigrazione delle capacità e dell'aspetto fisico, sistematica demolizione dell'integrità psicofisica, rifiuto di ogni apprezzamento o connotazione positiva e propositiva del dialogo sono le modalità di attuazione di un vero e proprio annientamento sistematico.

La vittima costantemente sottoposta, ad esempio, alla costante violazione della propria privacy ad esempio mediante la divulgazione di fotografie (come potrebbe fare un cyberbullo), che mirano ad estendere oltre la sfera del privato il disegno di denigrazione operato dal mobber (che potrebbe essere anche un futuro stalker): in uno stato di profonda prostrazione, veramente scarse sono le risposte di denuncia che si possono considerare adeguate o che possono derivare da altre constatazioni quali una visita medica occasione considerato che raramente la distruzione della personalità avviene attraverso la violenza fisica.

Ecco che allora è di estrema importanza la sensibilità della rete familiare (o sociale) all'interno della quale la coppia vive la propria relazione. Rete che deve essere pronta a cogliere quelle anomalie comportamentali che spesso – purtroppo – sono misconosciute o scambiate superficialmente per altro.