Francesco Paternostro

La separazione coniugale è un evento sempre più diffuso. “Separarsi” non significa solo porre fine ad una unione, ormai logora, tra due coniugi, ma anche ridefinizione di legami per un nucleo familiare che viene a mutare. In un tale quadro, il minore va incoraggiato a “ritrovare” le sue figure di attaccamento, le quale lo aiuteranno a proseguire nel suo cammino evolutivo.

In tal senso si è espresso anche il legislatore. Con l’entrata in vigore della legge 54 dell’8 febbraio 2006, tutti gli operatori chiamati a gestire una crisi familiare devono tener presente la delicata posizione in cui versano i minori. Uno degli aspetti più apprezzabili di questa legge consiste nell’attestare il diritto del figlio minore a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei coniugi , anche in caso di separazione (art.1).

In altre parole, durante questa fase, carica di valenza psicologica per il bambino, i genitori dovrebbero avvicinarsi a lui per aiutarlo ad evitare qualunque turbamento emotivo e continuare, altresì, ad essere per lui un guida sicura.

Nella vita di tutti i giorni sappiamo quanto tutto ciò sia difficile da realizzare. Durante la crisi spesso i coniugi hanno difficoltà di comunicazione, stentano a trovare accordi ed a mantenere l'equilibrio richiesto loro nella qualità di figure genitoriali.

Così la relazione educativa nei confronti dei figli già sovente caratterizzata da un interventismo ridotto e spesso incerto peggiora drasticamente Minori provenienti da famiglie “trascurate”, è probabile che affrontino la vita con una prospettiva disfattista, manifestando difficoltà di apprendimento, passività e disattenzione (e si trascurano le ipotesi peggiori ed esempio legate alla sindrome di alienazione genitoriale).

Credo che in questi contesti tutti gli operatori che entrino in relazione con la famiglia “in trasformazione” rivestano ruoli fondamentali: ad esempio la scuola, gli insegnanti devono comprendere come le loro azioni e parole possano indurre il minore a ritrovare fiducia, curiosità e piacere nella relazione educativa moltiplicando le possibilità di compensazione rispetto al contingente vissuto familaire. La scuola, quindi, anche luogo di sicurezza e – perché no – gioia almeno sino a che le figure genitoriali non più coppia coniugale ritrovino il loro equilibrio e la piena realizzazione della loro funzione.

Invero, se il bambino dispone di una sola figura di attaccamento,la sua crescita dipenderà sostanzialmente da questa. Ma, se può contare su diverse figure di attaccamento – padre, madre, scuola, istituzioni – troverà sempre un altro adulto disposto a fungere da tutore dello sviluppo, forse a lui più adeguato, che possa in qualche modo – attraverso una specifica relazione – essere guida e sostegno dello sviluppo.

Anche il ruolo dell'avvocato è, in questo senso seppur indirettamente, indispensabile: oltre la mera deontologia “tecnica”, egli è tenuto a rendere edotto il proprio cliente del profondo senso che la responsabilità genitoriale assume oltre il senso ad essa attribuito dalla legge: riconoscere, ad esempio, eventuali disturbi comportamentali che il minore possa aver sviluppato in quel contesto “offerto” dai genitori nel momento della separazione. In questo senso ritengo che etica, morale e deontologia debbano necessariamente collimare di modo che la tutela prestata al cliente possa coincidere con la migliore difesa dei diritti dei figli minori, i quali, loro malgrado, si trovano coinvolti nella vicenda giudiziaria .