Francesco Paternostro

La casa coniugale è, di norma, assegnata in godimento (cioè la utilizzerà in modo praticamente esclusivo) qualora al momento della separazione sussistano determinati presupposti.

La presenza di figli (minori o comunque non economicamente autosufficienti) è uno dei criteri (salvo diverso accordo dei coniugi) che può formare presupposto della motivazione del provvedimento del giudice. Il coniuge non assegnatario della casa non perde il suo diritto di proprietà (esclusivo o condiviso che sia) ma lo vede compresso in favore di un interesse (quello della prole o del coniuge che versi in particolari condizioni) ritenuto superiore e dunque in grado di contrapporsi e limitare quello che tradizionalmente è considerato un diritto dalle caratteristiche quasi assolute: il diritto di proprietà appunto.

Quindi, per apprezzare un esempio pratico, nei provvedimenti presidenziali, nell'eventuale sentenza parziale o in quella definitiva, il Giudice (anche in regime di affidamento condiviso) può stabilire che l'immobile in comproprietà o anche di proprietà esclusiva, sia dato in godimento al coniuge presso il quale i figli troveranno una stabile collocazione (che non significa assolutamente affidamento esclusivo). Questo perchè, correttamente, si ritiene che l'eventuale spostamento del minore in altra dimora sia sostanzialmente un trauma evitabile preservando la stabilità delle relazioni con le persone (ad esempio compagni di classe, amichetti) o con i luoghi (il parco giochi, la piscina e via dicendo) che questi ha stabilito nel corso degli anni. E Questo almeno finché lo stesso (il minore) non sarà in grado di porre in essere scelte autonome ed indipendenti: d'altro canto affidamento condiviso non vuol dire “i bambini staranno x tempo qui ed y tempo lì”, significa invece assunzione di paritetiche responsabilità genitoriali che solo in parte sono collegabili a riferimenti esclusivamente spaziali spaziali.

Che succede allora dopo il provvedimento di assegnazione della casa coniugale?

Se l'immobile era semplicemente in affitto il coniuge assegnatario (se già non era conduttore egli stesso) subentra nel contratto in quanto il provvedimento di assegnazione determina una cessione ex lege.

Se la casa è di proprietà del coniuge non assegnatario, questi perderà la disponibilità dell'immobile (il provvedimento di assegnazione può anche essere trascritto) fintantoché sussistono i presupposti del provvedimento. Tuttavia, in casi particolari, il provvedimento di assegnazione può essere revocato. E' bene però notare che l'eventuale revoca del provvedimento di assegnazione non è conseguenza diretta ed immediata di specifiche condizioni che possono comportare la decadenza del coniuge assegnatario ma, al contrario, è frutto di una specifica valutazione dell'incidenza dell'eventuale revoca sul preminente interesse della prole minore.

Tali considerazioni valgono anche in caso di comproprietà della casa e, nel caso sia stata manifestata la volontà comune di vendita e la stessa sia stata ratificata nell'eventuale accordo di separazione, questa non è soggetta ad esecuzione in forma specifica: in poche parole il coniuge assegnatario non può essere costretto a cedere la propria quota.

Le spese relative all'immobile saranno tutte a carico del coniuge assegnatario in caso di subentro nel contratto di locazione mentre, nel caso di proprietà o comproprietà, il coniuge non assegnatario non sarà tenuto a corrispondere alcunché per quanto relativo alle spese di godimento (non può utilizzare il bene!) mentre sarà comunque tenuto a sostenere quelle direttamente connesse alla titolarità del diritto (esempio imposte eventualmente dovute).